Maurizio Solieri: “Tra un assolo e un sogno”

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Maurizio Solieri cover

Resurrection è il nuovo orizzonte rock di Maurizio Solieri: un disco che riunisce in sè tutte le sfumature di un sound heavy e raffinato, immunosenescente, sospeso tra un assolo di chitarra e un sogno.

Il titolo, Resurrection, è indicativo di cosa rappresenti per te questo disco.

“In realtà avevo un pezzo nel cassetto che si intitolava proprio Resurrection. Visto che si era deciso di far uscire l’album verso l’estate, e che tutto il carrozzone dei concerti si stava rimettendo in moto, mi sembrava il titolo adatto. Titolo che, fra l’altro, è lo stesso di una canzone contenuta nell’album. Non si tratta di una resurrezione musicale, se è a questo che pensavi. È più una resurrezione globale, figlia del momento che stiamo vivendo”.

Ad accompagnarti in questa “resurrezione” c’è anche tuo figlio, che nel disco suona la batteria.

“Era il batterista giusto per un disco rock, dato che si ispira ai Mötley Crüe e agli Zeppelin che, quanto a batteristi, vantano musicisti belli pesanti”.

Alla voce c’è Michele Luppi che, oltre ad avere in gola una canna alla Bruce Dickinson, è anche un membro dei Whitesnake. A quando risale il vostro primo incontro e come siete arrivati alla collaborazione in Resurrection?

“Con Michele ci conosciamo dalla fine degli anni ’90. Ricordo che a una fiera di strumenti musicali mi diede un cd con i suoi demo, che erano già bellissimi all’epoca. Da allora collaboriamo insieme. Tutte le volte che ho bisogno di una voce particolare o di testi in inglese lo contatto e, quando è libero, viene spesso a suonare con noi. È un amico e un grande musicista”.

Ma Luppi non è l’unico a cantare. Alla voce vi alternate tu, lui e Lorenzo Campani.

“Personalmente non mi ritengo un cantante, sono un chitarrista che ogni tanto si diverte a cantare. Dal momento che ho scritto molti dei testi in inglese, quelli nei quali mi ci trovavo li ho cantati, ma sempre con Michele e Lorenzo a fare i cori. I testi in italiano sono di Lorenzo Campani e, siccome io non canto in italiano, quelli li canta lui”.

Quanto è difficile fare rock in Italia?

“Molto. Il punto è che a un certo tipo di pubblico non piace. I media e alcune tra le radio principali – a parte Virgin Radio – mettono su solo la musica di moda al momento, che è sempre molto pop e molto leggerina. Ci sono poi altre radio che, sebbene non abbiano un gran nome, il rock lo passano. Sono mesi che faccio interviste per promuovere l’album e chiacchiero con molti ragazzi e ragazze, e sono tutti ben preparati, cosa che mi rende molto felice. Rimane però il problema di fondo”.

E sarebbe?

“Se sono gli stranieri a fare rock, tutto bene. Se sono gli italiani, trovi difficoltà a partire dalle location. Credo che siamo tra i pochi Paesi. Già se vai in Svizzera è diverso. Quando ci andavo con Vasco, nei primi anni ’80, ci sembrava di essere a Los Angeles. In tutta Europa, anche nei Paesi dell’Est o in Spagna, ad esempio, c’è un grandissimo rispetto per i musicisti e per la musica rock”.

Che consiglio daresti ad una rock band emergente?

“Di andare all’estero. Ci sono tanti gruppi che vanno all’estero e accendono i riflettori sulla musica rock. E queste band hanno un successo enormemente superiore a quello che avrebbero in Italia. Ma la colpa, torno a ripetere, non è del pubblico. Non è neanche un discorso di saper distinguere la buona musica dalla cattiva. Il punto sono le canzoni. In Italia fanno promozione a questi ragazzotti che, sinceramente, non hanno né arte né parte. Lo fanno per vendere, affidandosi a un pubblico di tredicenni che seguono TikTok, perché solo dei tredicenni possono apprezzare determinati artisti… se li vogliamo chiamare artisti. Io non voglio fare nomi, perché non si meritano neanche che li nomini, ma c’è della gente in Italia allucinante. E questi vendono biglietti e fanno serate anche di un certo livello, e io non capisco il perché. Boh. Non lo capisco”.

Cosa pensi delle recenti dichiarazioni di Steven Wilson, leader dei Porcupine Tree?

“Steven Wilson è un grande artista, ma le sue sono parole un po’ buttate al vento. I Greta Van Fleet, che io ho visto dal vivo, non sono una copia dei Led Zeppelin. Uno deve anche ascoltare prima di parlare. E poi, meglio qualcuno che si ispira ai Led Zeppelin che non all’ultimo dei rapper che passa il convento. I Greta Van Fleet suonano bene. Hanno un sound pulitissimo e il cantante si ispira al cantante degli Yes più che a Robert Plant. Ma poi, voglio dire, uno nella vita potrà fare il cazzo che vuole? Cioè, non stiamo parlando di una cover band, sono pezzi loro. Steven Wilson ha parlato da arrogante quale è. Potrà essere bravissimo e tutto quello che vuoi, ma è un personaggio che lascia il tempo che trova”.

Il buon Steve non ha risparmiato neanche i Maneskin.

“Avercene come i Maneskin. Dobbiamo essere contenti. È una band che ha il modo di presentarsi bello e tipico del rock ‘n’ roll, col cantante giusto. E comunque, per fare del semplice rock ‘n’ roll non c’è bisogno di essere Beethoven o Steve Vai. Secondo me sono una band divertente. Fossero rimasti in Italia, si sarebbero fermati ai palasport e li avremmo presto dimenticati. Invece hanno avuto successo all’estero e, avendo alle spalle sponsor e manager, sono arrivati ad aprire per i Rolling Stones, a fare tour da protagonisti e sono stati a tutti i festival più importanti. Da italiani dovremmo essere contenti. Io sono contento. Quelli che criticano sono dei rosiconi”.

Oltre che rock tu sei molto blues, e lo si percepisce soprattutto in brani strumentali come “Hear my call”, dell’album Dentro e fuori del rock ‘n’ roll, che sembra figlio di un matrimonio tra il tuo rock e quello dei Led Zeppelin. Che importanza riveste il blues nella tua musica?

“Sono cresciuto prima con i Beatles e i Rolling Stones, poi con tutto il blues inglese: Hendrix, Jeff Beck, Rod Stewart e tutta ’sta gente qui, per cui… Tra l’altro sto leggendo una bellissima autobiografia di Joe Perry, chitarrista degli Aerosmith, che parla molto di queste cose e mi sono ritrovato perfettamente in sintonia con quel che dice. Mi piace però anche il funk e… Mi piace la musica fatta bene, ecco. E mi piacciono anche band giovani, a patto che facciano belle canzoni e suonino bene. C’è ad esempio un personaggio americano, che si chiama Machine Gun Kelly e che è molto bravo. L’altra sera ho visto un film con lui che parla di quel che ha fatto e ho trovato del gran rock, gran soli di chitarra. È un misto di funk, rock e punk, e mi è piaciuto. Le canzoni mi sono molto piaciute. Lui, poi, canta molto bene”.

A proposito dei giovani, ce n’è qualcuno che può rimpiazzare i giganti del rock, alcuni dei quali prossimi ormai ad appendere la chitarra al chiodo?

“Non vedo sostituti al momento, anche perché all’estero si ispirano sempre a chi ha fatto la storia del rock, ed è normale che sia così. Nel Regno Unito ci sono bluesman che imitano Johnny Winter: capelli lunghi, pantaloni scampanati e cantano in quel modo lì. Proseguono un discorso che non è mai morto e che andrà avanti per sempre. Anche in Italia non ci sono sostituti, perché gli altri fanno un genere molto leggerino. Il pubblico, poi, va ai concerti per scambiarsi foto sul telefonino e non sanno manco chi c’è sul palco, per cui… I grandi ancora in attività, tipo gli Stones e McCartney, sono comunque sempre dignitosissimi, e lì si vede l’amore. Gente come Mick Jagger e Keith Richards poi, se non vanno in tour, che fanno, stanno nei loro castelli con famiglia e nipotini? Ma si spaccano i maroni da matti. Devono andare in tour. E si divertono ad andarci. Ovviamente non hanno tutti l’energia di un tempo… tranne Mick Jagger, che canta e si muove come un ventenne. L’altra sera ho visto delle robe di Paul McCartney con Bruce Springsteen e sono sempre bellissime robe. Ci danno ancora dentro come i matti”.

C’è qualcosa che non hai ancora fatto e che vorresti fare? Un sogno nel cassetto che vorresti realizzare?

“Visto che sto promozionando il disco e questo libro che è uscito, Questa sera Rock’n’roll: la mia vita tra un assolo e un sogno, mi piacerebbe riuscire a fare un tour nei teatri o nei locali, così da presentare al meglio questa nuova roba. Questo è un sogno che avrei”.

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