Senhit: “Per me la musica è terapia”

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Senhit:

Senhit è un’artista a tutto tondo. La sua indole da performer, la grinta e l’autenticità che sfodera sul palco trasformano ogni esibizione in una festa carica di colori ed energia. San Marino l’ha scelta come rappresentante nella 65esima edizione dell’Eurovision Song Contest, dove ha duettato con il rapper Flo Rida facendo scalmanare pubblico e delegazioni presenti.

Il 2 ottobre ti sei esibita a Madrid: com’è stato tornare alla dimensione live e incontrare i fan?

“Bellissimo. Stupendo, sì. È stato veramente magico cantare davanti a un pubblico, benché limitato. È stato epico. Poi mi hanno fatto chiudere lo spettacolo e mi hanno chiesto anche il bis. Sono stata accolta davvero come una Freaky Queen. Bisognerebbe farlo tutti i giorni. Sono tornata da poco e ho ancora addosso l’adrenalina. Adesso c’è tempo per ricaricarsi e poi comincia l’attenzione anche ai prossimi eventi.” E qui aggiunge, sfoderando un pizzico di chiaroveggenza: “So già che ti sto rispondendo tipo alla nona domanda”. Ed è così, perciò sono costretto a cambiare argomento per rispettare la scaletta che mi ero preparato.

Quando è maturata l’idea di diventare una cantante?

“Faccio fatica a dirti quando c’è stata la ‘chiamata’. Non l’ho deciso in maniera consapevole, è venuto tutto naturale. In casa mia c’è sempre stata tanta musica. Io tra l’altro sono la pecora nera, nel senso che sono l’unica che ha coltivato questa passione. Ho un fratello che ha il dono dell’orecchio assoluto, anche se non l’ha mai voluto coltivare. Ho una sorella che canta, ma anche lei non ha mai voluto coltivare questa passione. Io invece ho perpetuato in maniera molto testarda e arrogante, anche nei confronti dei miei genitori, che invece mi volevano laureata o alla guida dell’attività di famiglia, e improvvisamente mi sono ritrovata a fare quello che fortunatamente amo ancora, con grande entusiasmo”.

Dunque fai un lavoro che ti permette di condividere tutta quella musica che avevi in casa.

“Ancora adesso, quando mi chiedono ‘che lavoro fai?’, faccio fatica a dire: ‘sono un’artista’, perché io non lo vedo come un lavoro. Non lo vedo come una fatica o come un dolore, della serie: oddio, mi devo alzare e devo andare. Per me continua a essere una passione che, fortunatamente, mi dà anche da mangiare”.

Che consigli daresti a un giovane che muove i primi passi nel mondo della musica?

“Di studiare. Di non smettere mai di studiare, perché c’è sempre veramente tanto da imparare. Io poi ho avuto una grande guida, che è Massino Ranieri. Il Grande Pigmalione è stato fonte di vera scuola per me. Ho poi continuato negli anni a prendere lezioni di canto, a frequentare corsi e stage che mi hanno aiutata a maturare. Poi io sono caratterialmente una spugna: mi piace guardare, osservare. Tra l’altro, pensa che parlavo di questa cosa – circa un miliardo di anni fa – con il grande maestro Pavarotti, e lui mi diceva che continuava a studiare. La mia reazione fu: ‘Ma come, maestro, com’è possibile? Anche a certi livelli?’ Ma aveva ragione lui. Bisogna continuare a studiare. Sempre.”

La musica, come tutte le forme d’arte, nasce da un’esigenza: da quale esigenza nasce l’arte di Senhit?

“La musica mi ha aiutata e mi aiuta tuttora a mantenere alto il buonumore. Ascoltare un po’ di radio o fischiettare in casa mi cambia lo stato d’animo. Devo sentire musica e canticchiare. Per me è un’urgenza. E poi mi diverto. E mi rendo conto che se mi diverto, riesco anche a farti divertire e ad alleggerirti magari la giornata di merda. E quindi mi piace questa cosa. È un bellissimo scambio. Cantare ed esibirmi, connettermi con il pubblico… più che un’esigenza è terapia. Per me la musica è davvero tanto terapeutica”.

Il riff di Adrenalina proviene da un krar, la lira della tradizione musicale eritrea: come è nata l’idea di portare questo strumento nel pezzo?

“Volevo che Adrenalina fosse Senhit a 360°. Sono nata a Bologna da genitori eritrei. Mi hanno cresciuta in un’Italia davvero molto aperta e moderna, ma mantenendo la cultura [eritrea], e avevo voglia di mostrare tutte queste sfaccettature. In Adrenalina c’è il pop americano, con sonorità che provengono dalle mie passioni e dai miei idoli d’oltreoceano, ma ci sono anche i suoni africani, che non devono mai mancare, soprattutto in un pezzo così cosmopolita. Abbiamo mischiato un po’ tutte le culture per un palco multietnico, che è quello di Eurovision, insieme a tantissime sonorità differenti. E siamo riusciti a renderle affini a me, il tutto mantenendo una direzione molto pop e commerciale. Stiamo facendo lo stesso anche con il prossimo brano, perché un po’ d’Africa io ce l’ho addosso, e quindi per quale motivo negarla? Perciò anche attraverso la mia musica, oltre che attraverso il mio colore [ride], lo voglio far vedere”.

Pensando all’Eurovision, con te c’erano il rapper Flo Rida e il coreografo Luca Tommassini: come si arriva ad esibirsi a certi livelli e a collaborare con artisti e professionisti di questo calibro?

“Ci vuole tanta perseveranza. Tanta gavetta. Ho rinunciato a diverse offerte di talent, soprattutto italiani, perché avevo veramente tanta paura di essere trattata come una meteora. Cioè, della serie: facciamo il talent, magari arriva il successo, e poi… Invece ho preferito la strada, un pochino più complicata, che è stata quella di andare all’estero, farmi i miei concerti, farmi conoscere in giro con gli eventi e i tour. Una strada difficile che poi però paga, perché magari ci sono personaggi come Luca Tommassini che amano il progetto, la perseveranza e il continuo entusiasmo”.

E com’è nata la collaborazione con Flo Rida?

“Volevo una collaborazione, ma non per Eurovision. Il brano [Adrenalina] non era stato costruito per quell’evento, doveva essere una hit estiva. Poi è piaciuto tantissimo oltreoceano, Flo Rida si è prestato molto volentieri e abbiamo pensato all’Eurovision. E anche qua, con Flo Rida l’alchimia è nata nel periodo Covid, attraverso Zoom e Skype. Poi, però, quando siamo arrivati sul palco di Rotterdam, bum!, è scoccata la scintilla”.

Basta dunque il solo talento o devono concorrere altri fattori determinanti?

“Secondo me non basta il talento – sicuramente serve –, ma serve anche tanta autenticità. E io sono così, come mi hai visto a Eurovision, e cioè una ‘cazzara’ alla quale piace tantissimo ballare e cantare. Mi diverto tantissimo e continuo a perseverare su questa strada qua. E poi ci vuole una gran pazienza. Ci vuole veramente una gran pazienza. E anche un pizzico di fortuna. Sono tante piccole cose, ma è ovvio che parte tutto dal talento”.

Quali sensazioni si provano nel salire su un palco importante come quello dell’Eurovision?

“Una sensazione bellissima. Eurovision è un ponte di cultura, di religione, di sesso e di lingua, però poi alla fine senti solo tanta bellissima musica. Quello che vivi lì non lo puoi vivere da nessun’altra parte. A Rotterdam mi sono sentita come una bimba nel paese dei balocchi e sono ancora molto piena di tutta questa adrenalina che ho vissuto 5 mesi fa”.

Come gestisci la tensione prima dell’esibizione?

“Chiedo semplicemente di restare in pace con me stessa, magari 5 o 10 minuti prima dell’esibizione. Ed è un grosso sacrificio, perché hai tutti addosso. Però anche qua, sono molto testarda e sono riuscita a prendermi i miei momenti e i miei spazi.”

Progetti futuri in cantiere?

“Sto lavorando a questo singolo che dovrei chiudere entro la fine di questo mese. Con Eurovision e Flo Rida mi si sono aperte un mare di porte, compresa quella di Steve Aoki, che si è reso disponibile per fare il remix di Adrenalina. Ora le porte sono spalancate e io ho avuto accesso a collaborazioni con grandi autori e produttori, anche per questo prossimo singolo. E mi piacerebbe inserirci un altro ‘featuring’, ma semplicemente perché si presta tantissimo”.

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