Leone d’Oro 2020: forti dibattiti su Nomadland

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locandina nomadland

A meno di due giorni dalla chiusura della Mostra d’arte cinematografica di Venezia, uno degli eventi più attesi del 2020 post-Covid, l’assegnazione del Leone d’Oro a Nomadland è notizia che fa discutere e divide le schiere di cinefili e non.

Sui social e sulle principali testate giornalistiche non sono mancati accesi dibattiti sulla scelta della pellicola della regista cinese trapiantata negli Stati Uniti Chloé Zhao come miglior film di questo Venezia ’77. Un festival che attraverso misure preventive, assegnazione dei posti con prenotazione e severi controlli, ha rispettato i protocolli volti a prevenire il contagio ed è riuscito a vedere la luce (a differenza dello svantaggiato Festival di Cannes che questo maggio non si è svolto).

Quello che è sicuramente rimasto intatto anche in questa edizione straordinaria è il “dopo-festival”, che un po’ come accade per Sanremo, anima il web e le discussioni degli appassionati nei i giorni, se non addirittura nelle settimane successive alla consegna dei premi.

E quest’anno, come l’anno scorso per Joker, il Leone d’Oro fa ancora parlare di sé. La stroncatura provocatoria di Davide Turrini sul Fatto Quotidiano, il Sole24Ore che descrive la scelta della giuria ricaduta su Nomadland un “Leone troppo prudente”, il Corriere che accusa addirittura la presidentessa di giuria, Cate Blanchett, stanno già infiammando le opinioni dei lettori sul film.

Un buon film, ma poco innovativo

Sotto molti aspetti è indubbio che Nomadland sia un prodotto per certi versi standard, un film al sapore di già visto, l’ennesimo film indie on the road alla ricerca di se stessi. Ma è anche vero che la visione di questa pellicola è un piacere, che scivola via senza intoppi, che la formula insomma funziona, da sempre. Nomadland è un bel film sotto molti punti di vista, ma è proprio per questo suo essere un “ottimo compito a casa”, che non convince il Leone d’Oro. Molti si aspettavano infatti qualche cosa di più ardito, di più innovativo, altri come Turrini si aspettavano invece la premiazione al grande autore, come Andrej Konchalovskij (che ha ottenuto invece il Premio Speciale della Giuria), altri lamentano come da due anni a questa parte si sia dato spazio a pellicole dal sapore hollywoodiano in un festival prettamente “cinefilo”.

Nomadland narra la storia di Fern, interpretata da una strepitosa e perfettamente in parte Frances McDormand, una donna vedova e rimasta senza lavoro dopo la Grande Recessione che decide di vivere sul suo furgone e di attraversare gli Stati Uniti svolgendo diversi lavori e recandosi a raduni di altri “nomadi” come lei. Sono proprio queste storie di contatto umano che Fern allaccia durante i suoi viaggi i perni di alcuni bellissimi dialoghi, che a più riprese riescono ad affrancarsi dai cliché mentre in altri casi rientrano, calzando a pennello, nel prototipo di “Into the wild”.

La fotografia e la regia di Nomadland sono sicuramente molto buone e il titolo era senza dubbio uno dei favoriti del festival. Purtroppo è un film che non ha osato troppo, che rientra troppo negli schemi per essere la vera rivelazione di questa Venezia 2020. Quello che è sicuro è che continuerà a dividere critica e pubblico proprio per questa sua duplicità, per il suo essere tutto sommato un buon film, ma forse troppo poco per convincere fino in fondo. Non resterà che scoprirlo al pubblico di tutto il mondo quando Nomadland uscirà nelle sale, iniziando da quelle statunitensi il prossimo 4 dicembre.

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