C’è un’idea, nella pittura tradizionale cinese, che si chiama liúbái: “lasciare vuoto”. Non è un’assenza, ma uno spazio attivo, capace di suggerire un paesaggio e invitare chi guarda a completarlo con la propria immaginazione. Da questo principio nasce “The Art of Leaving Blankness”, disco d’esordio del Giacomo Ganzerli Trio, un lavoro di jazz contemporaneo che sceglie la sottrazione come poetica e fa dei silenzi una parte viva della narrazione musicale.
Il trio è composto da Giacomo Ganzerli (batteria ed elettronica), Daniele Nasi (sassofono tenore) e Michele Bonifati (chitarra). Una formazione essenziale, senza basso, che apre spazi e sospensioni, rendendo il suono più mobile e instabile, perfettamente coerente con l’idea di “lasciare in bianco”. Accanto alla dimensione acustica, l’elettronica entra in modo organico: drum machine e sequencer dialogano con la batteria, mentre la chitarra, modellata da effetti e distorsioni, costruisce trame sonore che ampliano l’orizzonte timbrico del trio.
Nel disco il vuoto non è mai mancanza, ma scelta consapevole. Le pause, le frasi lasciate respirare e gli spazi non riempiti diventano luoghi di ascolto e di proiezione, chiamando chi ascolta a partecipare attivamente, a colmare quei margini con immagini, ricordi, emozioni personali. Anche la copertina riflette questa visione: una figura solitaria che cammina in un paesaggio innevato quasi interamente bianco, estensione visiva di un album che lavora sul non detto e sulla distanza.
I brani attraversano luoghi reali e interiori. Bairro Alto apre il disco con una melodia che segue l’andamento irregolare delle strade lisbonesi, tra salite e discese emotive. The Comet, primo singolo e nucleo originario del progetto, nasce dall’esperienza di una relazione vissuta a distanza, trasformata in una traiettoria sonora fatta di apparizioni e sparizioni. Crescendo sviluppa una forma ampia e dinamica che si restringe progressivamente, mentre Nasten’ka dialoga con l’immaginario de Le notti bianche di Dostoevskij, sospesa tra attesa e slancio emotivo.
A fare da contrappunto interno all’album sono A Quiet Place e Under the Influence: il primo si muove in un territorio rarefatto, quasi libero, sostenuto da trame elettroniche; il secondo è interamente acustico, più compatto, con un richiamo esplicito alla tradizione jazzistica. Ein Lautes Mantra gioca su una struttura ritmica irregolare, mentre Marzo nasce dal desiderio di utilizzare la drum machine come vero accompagnamento, aprendo a un dialogo serrato tra chitarra e sax in cui l’elettronica diventa parte integrante dell’interplay.
Sul piano sonoro e concettuale, l’album si muove tra jazz contemporaneo, ricerca timbrica e sound design, con un equilibrio costante tra scrittura e improvvisazione. Le influenze restano sullo sfondo, mai dichiarate in modo didascalico, e vengono assorbite in un linguaggio personale che privilegia l’atmosfera, la profondità e la relazione tra suono e silenzio.
“The Art of Leaving Blankness” è un esordio che non cerca di affermarsi riempiendo ogni spazio, ma scegliendo con cura cosa lasciare fuori. Un disco che invita a rallentare l’ascolto, ad abitare le pause e a scoprire che, a volte, è proprio nel vuoto che la musica riesce a dire di più.
