Annalisa Minetti: lavoro a un disco, l’amore per il canto è tornato – Intervista

ESCLUSIVA: Annalisa Minetti svela quali sono i suoi prossimi piani a livello discografico, e ci racconta del suo nuovo progetto "Nemico Invisibile"

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Annalisa Minetti è sicuramente una grande protagonista del mondo dello spettacolo e dello sport italiano. Il pubblico italiano ha avuto modo di conoscerla negli anni ’90, quando divenne la prima persona non vedente al mondo a partecipare ad un concorso di bellezza del calibro di Miss Italia. La malattia che le ha tolto la vista non l’ha mai fermata, tant’è che nel 1998 è entrata in grande stile nel mondo della musica vincendo il Festival di Sanremo col brano “Senza Te O Con Te”: fu l’inizio di una carriera a tutto tondo non solo nella musica ma anche in altre arti e nel mondo dello sport, una serie di grandi esperienze che ha permesso ad Annalisa Minetti di portare un grande messaggio nelle case degli italiani: se c’è grinta ed energia una disabilità non può rovinarti la vita. In questi giorni l’artista ha lanciato, insieme ad alcuni colleghi, il progetto “Nemico Invisibile”, un’idea tutta musicale per affrontare l’attuale emergenza sanitaria. Di questo e di altro abbiamo parlato direttamente con lei.

Intervista ad Annalisa Minetti

Da cosa è nata l’idea di “Nemico Invisibile” e come siete riusciti a mettervi d’accordo sul da farsi senza potervi incontrare?

Organizzare tutto senza poterci incontrare è stata un’esperienza bellissima perché ci siamo veramente impegnati tantissimo e la tecnologia ci ha aiutati davvero tanto. L’idea è nata dalla volontà di mettere a disposizione la musica come mezzo di comunicazione a disposizione per tutti, come se fosse un grande megafono, dato che la musica non teme isolamento. Abbiamo cercato di immaginare che potesse arrivare dentro le porte di tutte quelle persone che hanno bisogno, e lo faremo soprattutto con l’associazione “Auser”, che con i suoi volontari sta facendo assistenza soprattutto per quanto riguarda la terza età. Nel momento in cui andiamo a intervenire su persone specialmente abili o su anziani che sono reclusi in casa il problema più grande non è il Coronavirus ma l’isolamento in sé e per sé, queste persone senza un aiuto vanno a morire, c’è una “sindrome del disuso” che nel momento in cui rimangono in casa va a intaccare quella parte motoria che permette di rimanere giovani a livello fisiologico.

Questo è un aspetto che abbiamo cercato di sostenere molto, stiamo chiamando gli anziani a casa e stiamo dando loro degli esercizi da fare, ci sono i volontari che fanno loro la spesa, quelli che fanno loro compagnia per qualche ora. Insomma, ci siamo, soprattutto nel Lazio in maniera molto massiva. Per quanto riguarda il progetto musicale in sé, abbiamo Marcello Sutera che è un bassista famoso in tutto il mondo, e Massimiliano Passante che è un mio amico da moltissimo tempo. Loro mi hanno chiamato e mi hanno detto: “Annalisa dobbiamo assolutamente intervenire e ci serve una condottiera pratica nel sociale”. Io lavoro nel sociale da moltissimi anni, la mia esperienza di vita mi ha portato ad avere una sensibilità maggiore per quanto riguarda le tematiche sociali e il disagio. Sulla base di questo ho assunto delle competenze, mi sto laureando in scienze motorie e psicologia dello sport, sono una persona che cerca di ottenere una credibilità tale da ottenere la base culturale per poter poi intervenire nel migliore dei modi.

Abbiamo poi chiamato Mario Biondi, che ci sembrava avesse un codice morale simile al nostro, che fosse una persona eticamente risoluta. Quindi ho chiamato Mario, gli ho chiesto “che ne pensi di essere padrino e madrina di questo progetto?” e lui, con grandissimo senso di responsabilità mi ha detto di si, mi ha proposto da subito Petra Magoni che è una sua carissima amica. Siamo andati poi alla ricerca di altri testimoni importanti e siamo riusciti a portare a casa due miti della musica italiana: Do Di Battaglia e Gaetano Curreri degli stadio – lui per me è una di quelle voci che ti spaccano il cuore. A quel punto ci siamo detti “ok, svecchiamoci un attimo, ci serve un ragazzo giovane che sappia parlare ai nostri ragazzi, con il loro linguaggio, di quello che è questo momento”. Ambiamo preso quindi Andrea Callà che è un rapper perfetto, e secondo me è stato un grande, ha detto parole che sono comi a tutti i ragazzi. Infatti questa è l’unica parte della canzone che mio figlio ricorda! (ride).

Come stai reagendo tu alle difficoltà di questo momento?

Il progetto si chiama “Nemico Invisibile” perché appunto questo virus è qualcosa che non possiamo vedere ma, ciononostante, ci sta facendo tanto male. Ti devo dire la verità: io sono una persona abituata a cogliere il disagio come un’opportunità: quando si avvicina, quando si fa presente, io dico sempre al dolore: “beh, che devo imparare adesso? Cosa mi vuoi insegnare”. E’ vero che il dolore ti mette a repentaglio la vita, ti fa soffrire, ma è vero anche che quando ti rialzi hai una forza che prima non avevi, percepisci le cose diversamente e sei in grado di riconoscere ciò che è davvero importante e le “emozioni pure”.

Questo virus ci ha fatto tanto male, e forse quello che ci fa più male è che ha portato via le nostre librerie di saggezza, i nostri anziani, e questa è la cosa che mi fa più soffrire. Allo stesso tempo però mi ha ridimensionata, mi ha rimessa davanti ai valori più importanti, all’importanza della famiglia. Penso che la gente debba imparare a non lamentarsi quando sarà tutto tornato alla normalità e soprattutto che non dovremmo tornare ad essere quelli di prima. Intendo dire che dovremmo imparare a cogliere la vita diversamente, ad amare la nostra a casa, a vederla non come un luogo di isolamento ma come un posto in cui riflettere. Tutto ciò di cui abbiamo più bisogno lo abbiamo in casa, quello che viene da fuori può solo arricchirci, deve essere un valore aggiunto ma non l’unico grande valore.

In passato hai preso parte ad un altro progetto di natura simile, “Amiche Unite Per l’Abruzzo”. Quell’esperienza ti ha in qualche modo ispirata nel portare avanti questo nuovo progetto?

“Amiche per l’Abruzzo” è stata un’operazione grandissima. Laura (Pausini, ndr) è stata chiaramente la capostipite di tutto, è lei che ci ha chiamato tutte ed ha detto: “stiamo unite e cerchiamo di raccogliere quanti più fondi possibili”. L’operazione è molto similare, perché quando cantanti e artisti si uniscono diventando un’unica voce è chiaro che il modus operandi è sempre quello. In realtà i due progetti derivano da due sofferenze che, pur facendo male allo stesso modo, si sono presentate in modo completamente diverso e quindi abbiamo agito in maniera diversa. Però è chiaro che un’analogia è presente, tutte le operazioni sociali ce l’hanno: c’è sempre la volontà delle persone di unirsi e fare qualcosa insieme. La più grande differenza è che in quell’occasione potevamo abbracciarci tutti, stare tutti insieme. Ci siamo incontrate tutte allo stadio di San Siro ed aravamo unite, avevamo la possibilità di condividere lo stesso palco.

In questa occasione invece la tecnologia ci ha aiutati molto: io non sono molto abile con gli strumenti musicali, eppure questo periodo mi ha spinta ad impegnarmi per poter registrare la mia voce da sola, ho imparato ad utilizzare attrezzi che fino a poco fa stavano lì come bellissimi soprammobili. Ho anche comprato un microfono decente: prima non lo avevo perché, chiaramente, noi lo troviamo sempre lì sul palco e non ci poniamo il problema di averlo a casa. Ora mi sono creata un piccolo studio che potrà tornarmi utile anche in futuro per fare delle prove in casa. Pensa che un giorno ero collegata su Skype sia con Mario Biondi che Marcello Sutera e loro mi davano indicazioni della serie “questo va bene, questo no cambialo”. In pratica era come stare in studio, ma in realtà eravamo su Skype! (ride).

Sei è nota principalmente come cantante ed atleta, ma sei stata anche una modella e hai lavorato anche come attrice, ballerina, conduttrice televisiva. Fra tutte queste forme, qual è quella che si avvicina di più alla vera essenza di Annalisa Minetti?

Tutte in realtà. Quando sono sul palco e faccio la conduttrice in realtà quella è un’opportunità di comunicare qualcosa. Quando scegli un programma, scegli chiaramente qualcosa che ha una tematica e un obiettivo. Tutti i miei lavori hanno avuto una tematica e un obiettivo: ad esempio essere una professionista nello sport non è soltanto mettere una medaglia al collo e dire: “ahah ho vinto, sono record del mondo, sono medaglia d’oro alle olimpiadi”. In realtà ottenere questi risultati è stata una sorpresa anche per me, ma quello che io ho sempre voluto comunicare è che niente può limitare la libertà di una persona. Io scelgo sempre qualcosa che sorprenda me per prima: lo faccio, divento credibile perché prima lo faccio e poi lo racconto. Quando lo racconto dico: “se ce l’ho fatta io ce la possiamo fare tutti, perché se ce l’ho fatta io ad occhi chiusi ce la puoi fare anche tu”.

Tutto per me avviene in un processo di condivisione: nella corsa avviene tutto attraverso la condivisione con una persona che mi guida, che corre affianco a me attaccata al mio braccio. Quando sono sul palco al condurre ho invece un auricolare che mi dice come muovermi, che mi danno comunicazioni varie, insomma sono “radiocomandata”. Ciononostante io cerco di avere la mente libra e applicata solo su quello che voglio dire sul palco: è un lavorone, i neuroni sono tutti al massimo del lavoro. Ognuna di queste esperienze ha tirato fuori qualcosa di me nel corso della mia vita. Forse l’essenza più profonda di Annalisa Minetti è quella che avevo dentro fin da piccola, la musica, che si è espressa prima con la danza e poi col canto.

La musica è la mia essenza più originale ma anche quella più sofferente: nella mia carriera l’ho spesso messa un po’ da parte, la trovavo più difficile. Io trovo più facile allenarmi ed arrivare prima ad una gara, quindi confrontarmi con la forza altrui, che non salire su un palco importante o tornare su un palco importante e dire “questo è il mio nuovo prodotto musicale”. Questo perché nella musica non c’è meritocrazia: la musica è un insieme di note che girano per l’aria, alcune piacciono e alcune no, quindi non si dovrebbe mai dire “tu canti bene e tu canti male”, al massimo si dovrebbe dire tu sei intonata e tu sei stonata. Chi canta davvero bene non si può dire, io odio i festival in cui si giudica una canzone o un cantante se non sulla base dell’intonazione: tutti loro esprimono un’emozione e già per questo dovrebbero essere rispettati a prescindere. L’arte viene sempre giudicata, ma secondo me è ingiudicabile. Con la musica ho quindi sempre la paura che le persone non capiscano cosa volevo dire.

In molti momenti quello che volevi raccontare è arrivato, soprattutto con “Senza Te o Con Te” che è ormai un classico. Cosa ricordi del periodo in cui hai fatto il tuo debutto con quel brano?

Ricordo la mia spensieratezza, ingenuità, leggerezza. Non avevo paura di niente: salivo sul palco e, permettimi la battuta, non dovevo nemmeno chiudere gli occhi, per me non c’era nessuno davanti (ride). Quindi cantavo la mia canzone e ciao. Poi chiedevo a tutti se gli fosse piaciuta: per me cosa pensassero gli altri era importante. Io non avevo grandi pretese: non vedevo l’ora di tornare in albergo e telefonare i miei genitori, che erano lì ma non potevo incontrarli perché ero “isolata”. Era bellissimo, ci tenevo a sentire l’opinione dei miei genitori: loro per una vita mi avevano ripetuto che non era un lavoro cantare, ma io ne stavo facendo il mio lavoro. Questo mi faceva sentire soddisfatta.

La danza e il canto per lei sono state parte di una stessa cosa o sono passioni che si sono evolute separatamente?

Secondo me sono molto similari. La gestualità della voce si affianca alla gestualità del corpo, sono due modi paraverbali di raccontarci. Col corpo racconto sempre molto, la danza mi ha insegnato quali sono gli spazi, mi ha dato la possibilità di essere meno goffa nei movimenti. Non vedendo ho l’istinto di abbassare il capo, o di alzarlo troppo perché non hai la direzione esatta, il modo di mantenere la postura più corretta come i normodotati. Hai un modo di muoverti più insicuro, incerto. La danza e lo sport mi hanno aiutata molto, mi hanno ridimensionata ma anche direzionata molto, hanno fatto sì che “vedessi coi piedi”.

Lo stesso vale per l’aikido, arte marziale in cui gli atleti sono bendati così che si concentrino sui rumori che li circondano. La danza e l’aikido hanno reso il mio movimento più aggraziato, hanno plasmato un mio nuovo modo di vivere. Ora come ora non ballo da tantissimo per via dei vari impegni, ma non rinuncio alla corsa: quella è una passione che non posso spegnere. Quando corro mi rendo conto che dentro sono sempre una ballerina, sto sempre sugli avanpiedi. Mi dicono sempre: “oh, devi correre coi piedi non con le punte”, ma io vado sempre in punta perché mi viene quasi naturale.

Nella tua carriera hai pubblicato relativamente pochi album, considerando che sono più di 20 anni. Stai attualmente lavorando a un nuovo disco?

In realtà “Il Nemico Invisibile”, confrontarmi con Biondi, Curreri e tanti altri artisti, mi ha fatto un po’ ritrovare quell’amore puro per la musica e per il canto. Ho quindi deciso di rimettere mano alla musica, di scrivere un album. Ho detto loro: “mi raccomando, mi dovete aiutare” perché io ho bisogno sempre di un direttore di sala. Io sono militare: da piccola volevo fare il poliziotto. Mio padre ha realizzato moltissimo sotto questo aspetto e per me lui è stato un grande esempio; anche oggi sono un’atleta delle fiamme azzurre, per me mettere una divisa è un orgoglio.

Mi piace essere diretta, avere regole: mi piace affidarmi alla competenza altrui, e trovo che Marcello ne abbia tantissima. Ho anche strappato una promessa che per me è stata un grande onore: Gaetano Curreri mi ha promesso che scriverà una canzone per me. Allora mi sono detta che dovevo assolutamente rimettere mano ai file e riscrivere la mia vita musicale. Forse questo virus, questo “anno zero”, sarà una causa di rinascita anche sotto questo aspetto.

Molti tuoi brani come “Scintilla D’anima” e “Fammi Fuori”, non sono però stati mai resi disponibili sulle piattaforme streaming come Spotify. Pensa che pubblicherà questi brani in futuro su tali piattaforme?

Si. Ti spiego: ho rivisto molto la mia struttura manageriale, ho deciso di diventare io la manager di me stessa sotto l’aspetto proprio musicale. Ho assunto un ragazzo molto bravo col digital e molto capace, che mi ha insegnato a gestire l’apparato social, la promozione della mia musica su queste piattaforme. Innanzitutto pubblicherò una raccolta di brani già editi: ne hai nominato alcuni, ma ce ne sono anche altri bellissimi come il disco “Nuovi Giorni”: un album uscito appena dopo le Olimpiadi ma che in realtà non ha ricevuto molto spazio per quanto riguarda la promozione perché in quel momento c’era più attenzione su di me come atleta visto che tornavo appunto come vincitrice dalle olimpiadi. Il disco ovviamente ne ha sofferto molto, ma in realtà al suo interno ci sono delle canzoni bellissime, con autori veramente fantastici, quindi rivedrò sicuramente quelle canzoni, magari le ricanterò e le pubblicherò come se fossero una raccolta di ricordi. Poi ci sarà sicuramente un nuovo album.

Nella tua carriera sei stata spesso in TV. Fra tutte le tue apparizioni televisive, esclusa ovviamente Sanremo, di quale conservi un ricordo più bello?

C’è un’apparizione in particolare che mostro anche nei miei concerti, perché i miei concerti sono racconti di vita che servono anche a motivare le persone. In questo contesto sembravo di più un personaggio politico da un personaggio pubblico, lo chiamiamo sempre “il video di Evita Peron” perché sembravo posseduta da qualcosa più grande da me. In pratica ero da Barbara D’Urso, a Domenica Live; avevo ricevuto delle critiche da persone che mettevano in dubbio la mia problematica visiva e lei mi fece soltanto una domanda: “dai una risposta a queste persone”. Tali persone mi avevano definito “mentirozza”, come se mentissi sulla mia disabilità soltanto perché mi vedevano abile nel fare delle cose.

Da lì è partito un monologi di circa 40 minuti, sono stata a parlare per tutto questo tempo senza interruzioni, parlando del riportare l’educazione civica nelle scuole, dicendo ai ragazzi di non farsi definire “disillusi, aggressivi e violenti” e di dimostrare invece di poter essere dei poeti attuali. Dissi qualsiasi cosa inerente al saper apprezzare e rivalutare la vita come un grande dono. Quello è stato il momento in cui ho detto cose che nessuno mi aveva mai dato la possibilità di dire, Barbara mi dà sempre uno spazio e poi non me lo riduce, nel senso che finché non ho finito non mi ferma. Lei lì mi ha fatto un grande dono e io penso di aver donato qualcosa di importante a chi mi seguiva quella domenica, ho sentito proprio il pubblico che diceva: “ca*zarola è vero”.

Fondamentalmente io penso di essere una persona che vede molto più oggi di prima: fino ai miei 18 anni vedevo quello che vedete tutti, ero distratta da tutto ciò, ma ora vedo quello che è veramente importante. Per questo il virus non mi ha mai fatto paura: io vedo così tutti i giorni, vivo l’isolamento costantemente come se ci fosse una prigione invisibile attorno a me. Io in questo momento potrei essere a casa mia come a casa tua, la differenza la sai tu, la sanno le persone attorno a me. Per me la differenza la fanno le persone, i rumori, la condivisione, se non ci fosse questo io sarei sempre nel nulla.

Tu sei un grande esempio per molti: riuscire ad avere una carriera così ricca di varie attività ti ha permesso di dimostrare a tutti che si può continuare a vivere anche con una disabilità. Cosa consiglii ad eventuali persone che sono nella stessa condizione ma non hanno la forza per reagire con grinta o positività?

Direi che non c’è nulla che possa giustificare l’abbandono nei confronti della vita. La vita è un dono che noi abbiamo ricevuto da Dio e le persone che si permettono di screditare o rifiutare questo dono non meritano la mia stima. La forza si deve trovare sempre, è dentro di noi, non ci può venire da altre persone. La forza ci viene fuori da una resilienza di cui tutti siamo dotati: resilienza non è evitare un pericolo ma affrontarlo, e ce l’abbiamo tutti dentro. Resilienza è prendere un pugno in pieno viso, non trovare un’alternativa: essa non insegna a prendere il pugno senza provare dolore, no, quando quel pugno di colpisce in pieno viso tu finirai a tappeto sicuramente, ma la cosa altrettanto certa è che tu ti rialzerai. Ti assicuro che quando prendi un pugno in pieno viso, cadi a tappeto e ti rialzi, poi quel pugno non lo prenderai proprio più: quel pugno non potrà più farti mare.

Quell’energia ha un’origine che è soltanto interiore, si chiama rispetto della vita stessa, ma pensate che la vita sia sempre una strada liscia e priva di ostacoli? Cos’è più facile: pulire una strada piena di vetri rotti, cespugli e insidie affinché le altre persone possano passare oppure costruire delle scarpe di cuoio che rendano nulle queste insidie? Chiaramente è più facile la seconda opzione, ma sicuramente tutti incontreranno un forte disagio, una grande e infinita sofferenza nella loro vita, e tutti dovranno avere la forza di prendere da questa sofferenza il giusto insegnamento. La sofferenza non arriva per farti male e basta, ma per metterti in piedi ed arricchirti di qualcosa che non avevi prima: è come colmare un vaso che sembrava pieno ma in realtà era vuoto. La bellezza sta non solo nelle cose belle, ma anche nella forza di vedere del bello dove di bello non c’è.

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