John Cage e la musica del silenzio

Un pensiero rivoluzionario, dimostrato attraverso la musica

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In un mondo attanagliato dal rumore, il silenzio può dirsi sinonimo di rivoluzione. Intorno a noi, tutto si muove freneticamente e senza sosta. Dai nostri pensieri assordanti, al fluire quotidiano dell’uomo e della sua vita. Anche nei momenti di pace, possiamo comunque percepire il suono. E non è finita qui. La musica, nella sua sonorità, è in parte silenzio. Questi concetti, fanno parte del pensiero di un artista contemporaneo: John Cage. Egli, li esprime in uno dei suo brani più “assurdi”: 4.33.

John Cage, il cultore del silenzio

John Cage, è stato un musicista, compositore e teorico della musica, di origine statunitense. Uno dei principi fondamentali, oltre che rivoluzionari, del suo pensiero, è l’importanza del silenzio. Di certo, egli non è stato l’unico musicista nella storia della musica ad aver sottolineato l’essenzialità di questo elemento. Prima di lui, troviamo ad esempio Claude Debussy, con la sua cultura del silenzio. Quest’ultima, ci racconta di quanto il comune concetto di silenzio sia in realtà astratto. Debussy, dona al silenzio un’importanza assoluta, sostenendo che senza di esso la musica non esisterebbe. Inoltre, egli parla dell’impossibilità del silenzio.

John Cage, riprende questi due concetti di Debussy, e oltre a estenderli, li rende reali. O meglio, li dimostra. Il musicista, non si accontenta di esprimere il suo pensiero a parole, ma vuole farlo davanti a una sala colma di persone. Lo stesso pubblico che normalmente si raduna per assistere a un’esecuzione musicale. Da questa volontà, nasce il brano 4.33.

John Cage silenzio

Il brano “4.33”

La dimostrazione di John Cage, prende la forma di un brano musicale. Attenzione però. Non si tratta di una classica esecuzione musicale più o meno apprezzabile. Piuttosto, di un pezzo che ognuno di noi ascolta a modo proprio.

Il nome del brano, “4.33”, letto appunto “quattro e trentatré“, indica la durata del motivo, quattro minuti e trentatré secondi. All’inizio di ogni atto, troviamo la dicitura “tacet“, che impone all’esecutore di non suonare. Dunque, si tratta di un pezzo muto. Quattro minuti e trentatré secondi di silenzio.

John Cage 4.33

Potrà sembrare assurdo, e invece è proprio questa la dimostrazione della teoria di Claude Debussy e di John Cage. Durante l’esecuzione del brano, il pubblico all’inizio rimane allibito. Eppure, dopo pochi istanti arriva la realizzazione che in quei quattro minuti e trentatré secondi, il silenzio non è effettivamente presente. La gente percepisce il rumore dei propri pensieri, del circostante, dei loro stessi organismo. La mancanza di suono è solo ed esclusivamente apparente.

Tra silenzio e note

“Wherever we are, what we hear is mostly noise. When we ignore it, it disturbs us. When we listen to it, we find it fascinating”.

“Ovunque ci troviamo, ciò che sentiamo è perlopiù rumore. Quando lo ignoriamo, ci disturba. Quando lo ascoltiamo, lo troviamo affascinante”.


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Attraverso queste parole, John Cage esprime nuovamente l’impossibilità del silenzio, dunque la sua onnipresenza. Infatti, non è possibile ascoltare il silenzio assoluto. Il suono è ovunque. E anche se cerchiamo d’ignorarlo, lo sentiamo comunque. Anzi, più cerchiamo d’ignorarlo, più esso s’impadronisce di noi. E nel momento in cui lo ascoltiamo, ecco che improvvisamente cominciamo a considerarlo affascinante, interessante.

Si dice che un silenzio, se ben ascoltato, possa dirci più di mille parole. Ciò che infatti dovremmo tutti imparare a fare è ascoltare, il silenzio. Poiché, esso non è assenza di suono, ma fa rumore. Talvolta, un rumore assordante.

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