“Ink” di Danny Boyle: quando il giornalismo diventa una macchina del potere

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“Ink” di Danny Boyle

Uscendo dalla sala dopo aver visto Ink, una cosa appare immediatamente evidente: il film di Danny Boyle non vuole semplicemente raccontare la storia di Rupert Murdoch e della nascita del nuovo The Sun. Vuole farci entrare dentro una macchina che corre sempre più veloce, fino a rendere difficile capire dove finisca il giornalismo e dove inizi il potere.

Presentato come film d’apertura dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Ink porta sullo schermo una vicenda ambientata alla fine degli anni Sessanta, quando Rupert Murdoch acquista The Sun e affida a Larry Lamb il compito di trasformarlo in un quotidiano completamente diverso. E il primo impatto, guardando il film, è proprio quello di trovarsi dentro una redazione in cui tutto sembra accadere contemporaneamente.

Un film che non lascia respirare

Danny Boyle non sceglie la strada del classico biopic. Non accompagna lentamente lo spettatore attraverso la vita di Murdoch, ma lo getta direttamente nel cuore della redazione. Telefonate, riunioni, discussioni, macchine da stampa, giornalisti che corrono, titoli da modificare all’ultimo momento. La macchina da presa si muove continuamente e il montaggio mantiene un ritmo serrato. Guardandolo, si ha quasi la sensazione di essere uno dei giornalisti della redazione, costretto a correre insieme agli altri per arrivare alla chiusura del giornale. È una scelta che funziona soprattutto nella prima parte del film, quando l’entusiasmo per la possibilità di cambiare le regole sembra quasi contagioso. Poi, lentamente, qualcosa cambia.

Guy Pearce non interpreta soltanto Murdoch

Guy Pearce veste i panni di Rupert Murdoch senza trasformarlo in una caricatura. È un Murdoch giovane, ambizioso, determinato. Un uomo che comprende prima degli altri che il futuro della stampa non passerà necessariamente attraverso le regole del giornalismo tradizionale. Osservandolo sullo schermo, la cosa più interessante è proprio questa: Boyle non ci chiede immediatamente di giudicarlo. Lo lascia agire. Lo lascia parlare. Lo lascia convincere gli altri. E proprio per questo il personaggio diventa progressivamente più inquietante. Perché quello che sta facendo, almeno all’inizio, sembra avere una sua logica: conquistare lettori, parlare a un pubblico più ampio, rompere con una stampa considerata distante dalla gente comune. Il problema è capire fino a dove ci si può spingere per ottenere quel risultato.

Jack O’Connell è il vero motore della storia

Se Murdoch rappresenta il potere economico, Larry Lamb è l’uomo che deve trasformare quell’ambizione in un prodotto editoriale. Jack O’Connell interpreta Lamb con una energia che si sposa perfettamente con la regia di Boyle. È probabilmente il personaggio nel quale lo spettatore riesce più facilmente a entrare. Lamb vuole dimostrare che un giornale può essere diverso. Vuole conquistare un pubblico che non si sente rappresentato dalla stampa tradizionale. Ma mentre il film procede, la domanda diventa inevitabile: quanto può cambiare un giornale prima di smettere di essere semplicemente un giornale? È questa la contraddizione che rende il suo percorso particolarmente interessante.

La redazione come campo di battaglia

Uno degli aspetti che colpiscono maggiormente durante la visione è il modo in cui Boyle trasforma la redazione in un vero campo di battaglia. Non ci sono inseguimenti automobilistici o scene d’azione nel senso tradizionale. Eppure Ink possiede il ritmo di un thriller. Il nemico è la scadenza. Il campo di battaglia è la pagina. L’arma è il titolo. E il premio è l’attenzione del lettore. È una metafora che funziona ancora oggi, forse persino più di quanto avrebbe fatto qualche anno fa.

Il pubblico diventa parte del problema

Perché Ink non parla soltanto di Murdoch. Parla anche di noi. Il film mostra come la stampa abbia imparato a comprendere che non sempre è la notizia più importante quella che conquista il lettore. Spesso è quella che provoca la reazione più forte. Scandalo, sesso, paura, rabbia, curiosità. Il meccanismo è semplice: far fermare lo sguardo del lettore. Ed è impossibile non pensare a quello che accade oggi. Mentre guardavamo Ink, il collegamento con il presente diventava sempre più evidente. Quello che allora passava attraverso le prime pagine dei tabloid oggi passa attraverso smartphone, social network, notifiche e titoli costruiti per ottenere un clic. È cambiato il mezzo. Il meccanismo dell’attenzione, invece, è rimasto sorprendentemente simile.

Claire Foy introduce una crepa nel sistema

Claire Foy interpreta Jules Davies, una giornalista che permette al film di osservare la redazione anche da una prospettiva diversa. La sua presenza introduce una dimensione più critica all’interno di quella corsa collettiva verso il successo. È attraverso personaggi come il suo che Ink evita di trasformarsi in una semplice celebrazione della rivoluzione editoriale di Murdoch. Perché una rivoluzione può essere liberatoria, ma può anche produrre nuove forme di controllo.

In “Ink” di Danny Boyle il vero protagonista è il potere dell’informazione

Arrivati alla fine del film, la sensazione è che Rupert Murdoch sia soltanto una parte della storia. Il vero protagonista è il potere dell’informazione. Il film racconta un momento storico preciso, ma la domanda che lascia allo spettatore è molto più ampia: chi decide ciò che merita di essere letto? Chi stabilisce quale notizia deve diventare importante? E cosa succede quando chi possiede i mezzi per raccontare una storia possiede anche il potere di orientare l’attenzione del pubblico? Sono domande che, uscendo dalla sala, continuano a rimanere in testa.

Dal The Sun all’intelligenza artificiale

Ed è proprio qui che Ink diventa sorprendentemente contemporaneo. Danny Boyle parte dalla Fleet Street degli anni Sessanta e arriva, idealmente, fino al mondo dei social e dell’intelligenza artificiale. La ricerca spasmodica dell’attenzione che il film racconta sembra infatti essere diventata ancora più potente nell’epoca digitale. Oggi non abbiamo più soltanto una prima pagina da conquistare. Abbiamo timeline, motori di ricerca, notifiche e algoritmi. La domanda è sempre la stessa: come facciamo a farci ascoltare? E quella domanda contiene anche il suo lato oscuro: cosa siamo disposti a sacrificare per riuscirci?

Una scelta perfetta per aprire Venezia

Dopo la visione, appare ancora più significativa la scelta di Ink come film d’apertura della Mostra. Venezia avrebbe potuto inaugurare il festival con una grande storia spettacolare. Ha scelto invece un film che parla del cinema, ma soprattutto di comunicazione, potere e responsabilità. E forse è proprio questo il punto. Ink racconta una rivoluzione della stampa avvenuta più di mezzo secolo fa, ma mentre lo si guarda è difficile non pensare al mondo nel quale viviamo oggi. La sensazione che rimane uscendo dalla sala non è quella di aver semplicemente visto un film su Rupert Murdoch. È quella di aver assistito alla nascita di un meccanismo che, in forme diverse, continua ancora oggi a determinare ciò che guardiamo, leggiamo e di cui discutiamo. Ed è probabilmente questa la vera forza di Ink: non raccontare soltanto come è nato un impero mediatico, ma costringerci a chiederci quanto, di quell’impero, sia ormai entrato nel nostro modo quotidiano di vivere l’informazione.