The Girl with the Leica, la recensione: Alina Marazzi restituisce a Gerda Taro il suo sguardo

0
54
The Girl with the Leica

Ci sono film che raccontano una storia e altri che, una volta terminati i titoli di coda, ci spingono a cercare quella storia altrove. The Girl with the Leica, il nuovo film di Alina Marazzi, appartiene a questa seconda categoria. Lo abbiamo visto a Venezia, dove ha aperto la sezione Orizzonti della 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. E uscendo dalla sala la sensazione più forte è stata quella di aver incontrato una donna che la Storia ha raccontato troppo poco: Gerda Taro, fotografa, antifascista, esule e pioniera del fotogiornalismo di guerra.

Il film, liberamente ispirato al romanzo di Helena Janeczek La ragazza con la Leica, ci porta nella vita di Gerda Pohorylle, interpretata da Emilia Schüle. Una giovane donna tedesca di origine ebraica costretta a lasciare la Germania nazista, che trova a Parigi un nuovo mondo, un nuovo amore e soprattutto una nuova identità. È qui che entra nella sua vita Endre Friedmann, interpretato da Aaron Altaras, il fotografo che insieme a Gerda costruirà il nome di Robert Capa. Ma il film di Marazzi compie una scelta importante: non raccontare Gerda come una semplice figura accanto al celebre fotografo. La macchina da presa cerca invece di restituirle il posto che le spetta.

LEGGI ANCHE “Ink” di Danny Boyle: quando il giornalismo diventa una macchina del potere

Una donna che vuole guardare il mondo

La prima cosa che colpisce guardando The Girl with the Leica è l’energia della protagonista. Gerda è giovane, inquieta, passionale, determinata. È una donna che vuole vivere e che non accetta facilmente il ruolo che gli altri cercano di assegnarle. La fotografia diventa progressivamente il suo modo di stare nel mondo. Non soltanto una professione, ma uno strumento attraverso il quale osservare la realtà e, soprattutto, prendere posizione. Quando arriva la guerra civile spagnola, quella macchina fotografica assume un significato ancora più forte. Gerda vuole esserci, vuole vedere e vuole raccontare. La sua Leica diventa così uno strumento di libertà e di resistenza. È una scelta che il film mette al centro e che rende la vicenda sorprendentemente contemporanea.

Il passato che entra nel presente

Marazzi non costruisce un biopic tradizionale. Il racconto procede attraverso ricordi, fotografie, immagini d’archivio e frammenti di vita. Il passato e il presente si rincorrono, mentre la Gerda del 1937, alla vigilia del ritorno al fronte spagnolo, diventa il punto attraverso il quale ripercorrere gli anni precedenti. Questa struttura dà al film una dimensione quasi memoriale.

Durante la visione abbiamo spesso la sensazione di non stare semplicemente osservando una ricostruzione storica, ma di entrare dentro un album di ricordi che qualcuno sta cercando disperatamente di salvare dall’oblio. Ed è proprio la fotografia a diventare il ponte tra ciò che è stato e ciò che rimane.

Emilia Schüle, una Gerda impossibile da dimenticare

Se c’è un elemento che tiene insieme il film è Emilia Schüle. La sua Gerda non è una figura monumentale. È viva, contraddittoria, seducente, impulsiva. È capace di leggerezza e di rabbia, di passione e di paura. Schüle riesce soprattutto a evitare il rischio di trasformare Taro in un’icona distante. La rende una ragazza che vuole essere libera, che ama, che sbaglia e che soprattutto vuole scegliere la propria strada. È una presenza magnetica, e più il film procede più diventa difficile guardare Gerda soltanto attraverso la storia di Robert Capa.

Capa e Gerda: amore e identità

Il rapporto con Endre Friedmann è una delle parti più interessanti del film. I due condividono amore, fotografia e ambizione. Ma condividono anche una costruzione identitaria che nasce dalla necessità di reinventarsi dopo la fuga dalla Germania nazista. Il nome Robert Capa nasce proprio da questo gioco di identità. Eppure, mentre il nome di Capa entrerà nella storia della fotografia, quello di Gerda rischierà di scomparire. È questa forse la ferita più profonda che il film porta sullo schermo. Non soltanto la morte prematura di Gerda, ma la sua progressiva cancellazione dalla memoria collettiva.

La fotografia come resistenza

Guardando il film, è impossibile non pensare al rapporto tra immagini e potere. Gerda fotografa la guerra perché vuole lasciare una testimonianza. Le immagini non sono semplicemente documenti: sono una forma di partecipazione. Marazzi mette così in dialogo la storia di Taro con il nostro presente. La domanda diventa inevitabile: chi decide cosa deve essere visto? E cosa accade quando una persona viene cancellata dall’immagine che la Storia ha scelto di conservare? La stessa Biennale descrive il film come una riflessione sul potere politico delle immagini e sulla capacità della fotografia di raccontare la Storia mentre accade.

Un film che non cerca facili risposte

The Girl with the Leica non è un film perfetto e non sempre il ritmo mantiene la stessa intensità. Alcuni passaggi risultano più immediati, altri più dilatati. L’uso del materiale d’archivio, fondamentale per la costruzione dell’opera, in alcuni momenti sembra prendere il sopravvento sulla narrazione. Ma è proprio questa scelta a rendere il film particolare. Marazzi non vuole soltanto raccontarci Gerda Taro: vuole ricostruire la memoria di Gerda attraverso le immagini che abbiamo di lei e quelle che lei stessa ha lasciato.

La morte e ciò che resta

Gerda Taro muore nel 1937, a soli 26 anni, durante la guerra civile spagnola. Diventa la prima fotogiornalista donna a morire sul campo di battaglia. Ma il film non si chiude davvero con la sua morte. Perché il vero tema di The Girl with the Leica è ciò che succede dopo. Chi resta nella memoria? Chi viene dimenticato? Chi ha il diritto di firmare una fotografia? E quanto tempo può passare prima che una persona torni a essere riconosciuta per quello che è stata? Sono domande che continuano a lavorare dentro di noi anche dopo essere usciti dalla sala.

Il nostro giudizio

The Girl with the Leica è un film che ha il merito di restituire uno sguardo a chi quello sguardo lo aveva perso. Alina Marazzi racconta Gerda Taro senza trasformarla semplicemente in un simbolo. La mostra nella sua fragilità, nella sua forza, nei suoi amori e nella sua ostinata voglia di raccontare la realtà. E quando alla fine pensiamo a Robert Capa, inevitabilmente pensiamo anche a Gerda. Forse è proprio questo il risultato più importante del film. Perché dopo aver visto The Girl with the Leica, quando guarderemo una fotografia di Capa, sarà molto più difficile non chiederci: dov’era Gerda? E soprattutto: chi ha scattato davvero quella fotografia?

The Girl with the Leica
Regia: Alina Marazzi
Sceneggiatura: Alina Marazzi, Valia Santella
Interpreti: Emilia Schüle, Aaron Altaras, Luna Wedler, Lucas Englander, Thomas Schubert
Durata: circa 119 minuti
Sezione: Orizzonti
83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia