WakeUpCall: Beethoven incontra il rock

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WakeUpCall: cover

I WakeUpCall sono il perfetto trait d’union tra i grandi compositori di musica classica e il rock. Il loro primo album, If Beethoven was a punk, è un’opera rock che soddisfa anche i palati più raffinati.

Avete scoperto prima il rock o la musica classica?

“Io e mio fratello, che è il chitarrista della band, ascoltiamo musica classica sin da bambini. Nostro padre ha una collezione infinita di vinili e da piccoli giocavamo in corridoio con la musica di Beethoven, Mozart e Wagner in sottofondo. Poi è arrivato il rock e ci siamo allontanati un po’, anche se mio fratello ha continuato a studiarla in conservatorio in parallelo con la musica rock. Ed è stato proprio mio fratello che, qualche anno fa, ha provato a unire le due cose per la prima volta. È nato così questo mix”.

Ed è stato a quel punto che avete assoldato, passami il termine, gli altri due membri della band.

“Sono ormai cinque o sei anni che suoniamo con Francesco al basso e Antonio alla batteria”.

E li avete convertiti alla musica classica

“Li abbiamo incastrati in questa cosa [ride, ndr]”

E questa cosa si chiama If Beethoven was a punk, un progetto ambizioso e di enorme spessore. Come vi è venuto in mente?

“Stavamo scrivendo le canzoni per il disco e a un certo punto arriva mio fratello con una demo, alla quale aveva lavorato in gran segreto. La canzone si chiamava If Beethoven was a punk e durava più di dieci minuti. Era un mix originale, con riff famosi di musica classica e brani rock. Lì per lì, quando l’ho ascoltato, m’è preso un colpo. Mi pareva una cosa assurda, ma a forza di risentirla ha acquistato un senso e alla fine l’abbiamo usata come stella polare e ci abbiamo tirato fuori un disco”.

E questa lunghissima demo è la stessa che poi è finita nel disco?

“In realtà la demo era più lunga del brano finito sul disco e durava qualcosa come dodici minuti”.

Della serie: Iron Maiden scansateve.

“Mi ci sono messo io a tagliarla per darle un aspetto un po’ più umano”.

Visto che nel disco citate la musica classica (mi viene in mente I Feel Nothing, che si apre con la marcia funebre di Chopin che poi evolve magnificamente), come avete costruito le canzoni? Partivate dal brano di musica classica e poi ci inserivate il vostro rock o viceversa?

“Nel lavorare a queste canzoni abbiamo usato due metodi. Uno è quello che tu hai citato e che abbiamo usato per creare brani come I Feel Nothing. Lì abbiamo preso tutto il movimento di pianoforte e ci abbiamo costruito intorno la canzone. Altre canzoni hanno visto la luce attraverso un altro procedimento. In We Music, ad esempio, siamo partiti dal nostro brano e abbiamo inserito poi l’Inno alla gioia di Beethoven nei momenti che ritenevamo opportuni”.

Quando ho letto di questo matrimonio tra rock e classica ho subito pensato alla musica di due grandi leggende rock come Blackmore e Malmsteen. Voi siete orientati più verso il punk e l’alternative rock e sono perciò curioso di conoscere le influenze musicali che vi hanno guidato.

“Il nostro primo amore sono stati i Bon Jovi. Da lì abbiamo cominciato ad ascoltare tutta la musica rock anni ’80: Guns N’ Roses, Aerosmith ecc.. Poi siamo passati agli anni ’90 con i Pearl Jam, i Foo Fighters, sino ai più moderni Papa Roach e Shinedown. C’è anche tanta musica italiana. Abbiamo scoperto che ci sono tante band italiane che fanno rock e meritano attenzione quanto quelle americane”.

Il vostro è stato un processo inverso. Siete partiti dalla musica d’Oltreoceano per arrivare poi a quella nostrana.

“Eravamo ragazzini quando abbiamo scoperto il rock e avevamo questa idea naïf di conquistare il mondo. E il mondo si conquista in inglese, musicalmente parlando. Questo ci ha dato la possibilità di fare anche tanti concerti all’estero e accumulare esperienza”.

Avevate in mente sin dall’inizio di approdare sul mercato internazionale, mi pare di capire.

“L’idea era quella, anche perché ascoltavamo solo musica in lingua inglese. Per noi il rock era quello. E poi in Italia un prodotto del genere avrebbe avuto un mercato di nicchia. Anche i gruppi giganteschi, qui in Italia non è che si sentano tanto. Io ho sempre pensato che il rock non fosse visto di buon occhio dal nostro Paese e visto che non avevamo intenzione di fare pop, trap o cantautorato, abbiamo pensato di puntare sull’estero. E l’estero ci ha dato tante soddisfazioni, però adesso abbiamo voglia di una nuova sfida”.

Da fruitore e appassionato di musica rock non posso che sottoscrivere tutto quello che hai detto.

“Aggiungo però una cosa. Noi abbiamo portato il nostro disco in teatro e nelle scuole di Roma, perché è diventato anche uno spettacolo teatrale, e le prime volte avevamo cinquecento ragazzini delle medie come pubblico. Io avevo il terrore che mi tirassero l’iPhone con lo sfondo di Sfera Ebbasta, che è il genere di musica che ascoltano i ragazzi di quell’età, e invece abbiamo riscosso un successo clamoroso. Alla fine di ogni canzone c’era una standing ovation, con i bambini impazziti che alla fine erano in fila per foto e autografi. Questo per dire che la musica rock piace, il problema è che non la passano. Se arrivasse alle orecchie delle persone, le conquisterebbe. Se n’è accorto anche Achille Lauro, che ha smesso di fare trap e ha virato verso brani più rock”.

Lauro sulla scia dei Maneskin.

“I Maneskin che, purtroppo, sembra siano gli unici in grado di fare rock in Italia, ma se piacciono loro non vedo perché non dovrebbero piacere anche altri che lo fanno a differenti livelli”.

Il vostro 2019 si apre con Tu Non Ascolti Mai, brano in italiano con cui approdate a Sanremo Giovani. La canzone è nata in funzione del contest o avevate già in mente questa virata artistica?

“Il brano non è nato in funzione di Sanremo Giovani. L’avevamo finito verso settembre, nel periodo in cui si avvicinava la scadenza per inviare proposte a Sanremo Giovani, e ci siamo detto: ‘Mandiamolo, tanto non ci prenderanno mai’. Qualche settimana dopo ci arriva una telefonata che ci avvisa che siamo tra i finalisti per i provini live. È stato il primo esperimento in italiano e ci ha dato, oltre a una grande soddisfazione, anche forza e coraggio per andare avanti su questa strada”.

C’è anche una versione acustica di questo brano, registrata durante il lockdown con un video live (più o meno) da casa

“Sì, ci siamo divertiti”.

Verso casa è il vostro secondo singolo in italiano, con un sound rock più classico (l’unico richiamo alla sorgente neoclassica si ritrova nell’assolo). È il segno che siete proiettati verso questa nuova strada?

“L’assolo è frutto della nostra formazione musicale. Siamo cresciuti con la musica degli anni ’80 e gli assoli dei chitarristi mitici. Purtroppo oggi già è difficile fare rock in Italia, e se ci infili pure l’assolo alla Kee Marcello finisce che non ti prendono molto sul serio, però qualche richiamo qua e là ce lo metteremo sempre. Abbiamo sempre pensato di scrivere canzoni che piacciono a noi per primi. Chiaro poi che, per quanto riguarda il singolo, puntiamo su un taglio più radiofonico. Gli altri brani sono tutti diversi tra loro. C’è quello un po’ più hard rock, quello più punk, quello più pop… Insomma, ce n’è per tutti i gusti”.

Avete quindi deciso di accantonare il mix tra classica e rock? Dimmi di no…

“Non è detto che non proveremo a fare un esperimento nuovo, sulla scia di If Beethoven was a punk, ma con testi in italiano. Per il momento abbiamo appena terminato la registrazione di queste dieci canzoni che andranno a comporre il nostro primo album in italiano. Vediamo come va e poi valutiamo l’idea di un ritorno alle origini”.

E quando uscirà questo nuovo album?

“Non sappiamo in realtà quando uscirà, ma è pronto. Ti dico questa cosa: io sono cresciuto con il mito del disco. Lo compravo e correvo a casa a scartarlo e leggevo i testi dal libretto. Oggi purtroppo i dischi non si ascoltano più in questa maniera. Le persone ascoltano cento canzoni al giorno, in ordine sparso e su mille playlist diverse che qualche algoritmo fa per te. Mi dispiacerebbe quindi far uscire un disco con questi presupposti, perché un album è il percorso di una band, un viaggio che vede momenti tristi, allegri e incazzati e va ascoltato come tale, magari tutto d’un fiato. Stiamo cercando di capire se fare uscire un album tutto intero, come si faceva una volta, ma dobbiamo confrontarci con le leggi del mercato”.

E per quanto riguarda i live?

“Col covid che ha bloccato tutto, i locali hanno due anni di date da recuperare e sono tutti un po’ intasati. Di questa cosa ne risentono le band un po’ più piccole come la nostra, ma speriamo questa estate di trovare il nostro spazio. Abbiamo un paio di situazioni in ballo, una delle quali con la Rai, e stiamo cercando di capire se riusciremo a esibirci. In caso non fosse possibile, punteremo sull’autunno, che potrebbe essere il momento giusto per far uscire nuova musica”.

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