Una nuova pietas: “Tre madri” di Fabrizio De André

Una chiave di lettura più attuale di questa pregevole pagina del cantautore genovese può forse aiutarci a comprendere meglio i fenomeni di più immediata attualità.

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Tre madri De André

Risulta pesantemente difficile scrivere di musica in un periodo storico così in trambusto. Come se non bastasse la pandemia, lo spettro dello scontro tra diversi credo religiosi continua ad annidarsi in giro per l’Europa. In certe situazioni l’atteggiamento peggiore sarebbe quello di arroccarsi nelle proprie posizioni puntando il dito contro un sedicente nemico da combattere. Siamo dopotutto noi europei nella condizione di sminuire la secolare civiltà altrui? Abbiamo una storia talmente immacolata alle spalle da poter dare lezioni di moralità al mondo intero? Siamo davvero così attraenti dal punto di vista dei valori da pensare di essere seguiti da chiunque varchi i nostri confini?

Fabrizio De André.

Se il nostro modo di reagire a ciò che è avvenuto ieri sera a Vienna ci porta a rispondere affermativamente anche solo a una delle precedenti domande abbiamo un enorme problema. Problema soprattutto nostro prima che essere di altra derivazione. Sarebbe enormemente arrogante da parte nostra considerare i nostri valori talmente irresistibili da non poterli mettere in discussione. Davanti a certi avvenimenti, profondamente eterogenei nella loro formazione e rivelativi della grande complessità della realtà odierna, possiamo solo formarci, cercando di captare il maggior numero di informazioni possibile. È solo la cultura che può salvarci, il solo mezzo con il quale possiamo impadronirci degli strumenti idonei alla comprensione effettiva di questo mondo sempre più pazzo.

Fabrizio De André.

In questa puntata della rubrica “La forza delle parole in musica” ci proponiamo dunque di riscoprire un po’ di pietas (non rivolta ai terroristi ma alla cultura che rappresentano, altrettanto vittima) e di empatia verso ciò che non conosciamo. Qual migliore autore di De Andrè per raggiungere il nostro scopo? Tre madri è un brano contenuto nel concept album La buona novella del 1970. Il disco ha recentemente compiuto cinquant’anni di vita e rappresenta uno dei momenti poeticamente più alti del cantautore genovese. La genesi del LP parte dalla lettura dei Vangeli Apocrifi e dalla volontà di De Andrè di descrivere Gesù di Nazareth per quello che in effetti era: nulla più che un uomo con una forte spinta anarchica. 

Tre madri narra il momento precedente la crocifissione di Gesù. Il testo del brano, uno dei più intensi del disco, presta la voce alle madri dei due ladroni condannati a morte insieme al profeta di Nazareth: Tito e Dimaco. Proviamo insieme a dare al testo una lettura più contemporanea, paragonando ogni madre citata a una delle tre grandi religioni che hanno accompagnato l’evoluzione umana negli ultimi secoli.

«Tito non sei figlio di Dio

Ma c’è chi muore nel dirti addio»

Tito potremmo paragonarlo all’ebraismo, quel credo religioso troppo a lungo discriminato nel corso della storia sin dalle sue origini. Diverse persone hanno detto addio tanto al proprio credo quanto alla propria vita per la sola colpa di essere di fede e/o origine ebraica. 

«Dimaco ignori chi fu tuo padre

Ma più di te muore tua madre»

La rappresentazione antropologica dell’Islam qui trova posto nella figura di Dimaco, personaggio privo di un’origine paterna certa (sull’origine della fede musulmana esistono molteplici versioni e visioni contrastanti) ma per il quale la madre piange lacrime copiose sentendosi morire interiormente. La devozione al credo islamico trova una metafora estremamente veritiera nella sofferenza della madre di Dimaco. La forte ortodossia accompagnata da una poliedrica interpretazione del libro sacro sono i capisaldi di questo credo religioso per il quale, drammaticamente e attualmente, molte persone sono disposte a morire.

The Italian singer-songwriter Fabrizio De Andre smoking leaning on a wall. 1970s (Photo by Angelo Deligio/Mondadori Portfolio via Getty Images)

«Con troppe lacrime piangi Maria

Solo l’immagine d’un’agonia

Sai che alla vita nel terzo giorno

Il figlio tuo farà ritorno»

Gesù è inevitabilmente la rappresentazione del cattolicesimo. La madre Maria viene criticata dalle altre due. Dopotutto lei ha la consolazione dell’imminente resurrezione del figlio, le madri di Tito e Dimaco non godono di tale privilegio. Questa pesante critica può essere vista come la discordia sempre presente tra il cattolicesimo stesso e le altre due religioni secolari. Ecco perché le due madri rispondono a Maria come segue:

«Lascia noi piangere un po’ più forte

Chi non risorgerà più dalla morte.»

«Piango di lui ciò che mi è tolto

Le braccia magre, la fronte, il volto.

Ogni sua vita che vive ancora

Che vedo spegnersi ora per ora.»

Così come Maria replica esternando il proprio sgomento per la morte del figlio, non meno sofferente di quello delle altre due madri, la perpetua faida fra i tre credo religioso è assolutamente insensata. Le origini sono le medesime, molti aspetti rituali presentano notevoli analogie e le sofferenze patite nel corso dei secoli sono perfettamente paragonabili. Come scrivo nell’introduzione all’articolo, il creare una improbabile hit parade tra le diverse religioni in base ai rispettivi valori morali non ha assolutamente senso.

«Figlio nel sangue figlio nel cuore

E chi ti chiama “Nostro Signore”

Nella fatica del tuo sorriso

Cerca un ritaglio di Paradiso.»

Questa dichiarazione di Maria a Gesù morente sulla croce potrebbe tranquillamente essere la medesima espressa dalle altre due madri ai rispettivi figli. Se Tito e Dimaco rappresentano le altre due religioni, anch’esse vengono viste dai credenti come la via per la salvezza e la vita eterna. Tanto il cattolico, quanto il credente ebraico e quello islamico ambiscono a ingraziarsi la benevolenza e l’approvazione del proprio Dio, se mai si potrebbe discutere sulle modalità in cui questo fine viene perseguito da alcuni seguaci (un esempio attuale è l’Isis ma non è il solo).

«Per me sei figlio vita morente

Ti portò cieco questo mio ventre

Come nel grembo e adesso in croce

Ti chiama amore questa mia voce

Non fossi stato figlio di Dio

T’avrei ancora per figlio mio.»

Mai strofa fu più verosimile nell’esprimere il profondo amore materno verso un figlio che sta per mancare. Qui non vi è solo il pianto di Maria verso Gesù: De André, probabilmente in modo inconsapevole, presta voce a tutte le madri che hanno perso un figlio, soprattutto quelle che lo hanno perso per ragioni di conflitto, sia esso temporale sia esso religioso. La fratellanza tra gli esseri umani va riscoperta, soprattutto in questi periodi di pandemia dove risulta evidente come tutti siano uguali davanti a questo male invisibile che ci tiene con le spalle al muro.

La copertina del concept album “La buona novella”.

Questa è una chiave interpretativa totalmente scevra da quelle già proposte in passato, volutamente ancorata all’attualità odierna. Le canzoni hanno questo enorme potere di fornire specifiche sfumature di significato a seconda del periodo storico in cui vengono ascoltate. De Andrè è sempre attuale, soprattutto oggi dove tutti i valori in cui ha creduto in vita vengono miseramente sbriciolati dalla continua inconsapevolezza dell’uomo verso la propria varietas. Fatti come quelli recenti di Nizza e Vienna richiedono nuove prese di coscienza di tale poliedrica e fugace natura umana, non per creare nuovi muri di “trumpiana” memoria  ma per innalzare ponti sempre più solidi e duraturi.

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