“The Last Dance” la settima vittoria di Michael Jordan e dei Bulls è quella su Netflix

Si chiama The Last Dance, si legge Michael Jordan. L'ultima serie Netflix sulle gesta dei Chicago Bulls e del suo capitano MJ. In un mix tra video storici e interviste recenti, racconti epici e cultura pop. Dagli esordi del campione fino alla conquista dell'ultimo anello nel 1998.

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The Last Dance
The Last Dance con Michael Jordan su Netflix (Foto: everyeye serie tv)

Si chiama The Last Dance ed è l’ultima serie Netflix ad aver conquistato il pubblico di tutto il mondo, raccontando la storia e le gesta di Michael Jordan e dei suoi Chicago Bulls. Dieci episodi di 50 minuti ciascuno che non hanno emozionato solo i fan della squadra di basket americana, ma anche chi si affacciava al mondo NBA se non per la prima volta, quasi.

L’uscita in Italia è stata anticipata a causa della grande richiesta ricevuta dagli spettatori. La data era infatti prevista per giugno, quanto Netflix avrebbe fatto uscire la serie in italiano. Date le grandi richieste, è ora disponibile in inglese con i sottotitoli. Al contrario dalla sua logica di piattaforma, basata sulle stagioni-pilota, proponendo intere stagioni in un colpo solo, ha creato aspettative, pubblicando ogni settimana due diversi episodi.

The Last Dance: di cosa parla?

The Last Dance è un viaggio nel tempo e nella storia di Michael Jordan. Dal suo esordio come rookie, all’anno passato nella squadra di baseball dei Chicago White Sox fino all’ultimo anno con i Bulls nella stagione 1997/1998. Grazie ad un capolavoro di regia (Jason Hehir) e montaggio, la serie arriva allo spettatore portandolo dentro ad un racconto composto di fatti noti e segreti, interviste e fuoricampo, riprese degli anni ’90 e racconti recenti. Un mix di storie epiche e cultura pop, al punto da riuscire ad emozionare il pubblico. Grazie ad un uso del suono sensazionalistico, sono riusciti a ricreare un’atmosfera di tensione che conquista lo spettatore dopo il primo minuto.

La struttura di The Last Dance è semplice: un alternarsi tra l’ultimo ballo, la stagione ’97/’98 e le annate precedenti, con il racconto non solo del protagonista MJ ma anche dei suoi compagni. Tra questi, l’allenatore Phil Jackson, e le stelle Scottie Pippen, al suo fianco fin dal primo titolo nel 1990, conquistando poi tre anelli di fila e altri tre successivamente, e la contorta figura di Dennis Rodman. Poi il racconto della sua esperienza nella nazionale con le All Star. La sua figura pubblicitaria con la firma per le Air Jordan e la parentesi da attore in Space Jam. Anche in questa occasione si vede la sua voglia di non allontanarsi dal campo da basket, facendosi creare negli studi della Walt Disney un campo apposito per allenarsi. Attrazione anche di tutte le altre stelle dell’NBA chiamate per una partita senza arbitri né limiti con MJ.

Come in un film, c’è un inizio, uno sviluppo, il colpo di scena e una fine. The Last Dance non si può semplicemente definire un “documentario” o una “docuserie”. E’ la nuova frontiera del racconto. Con dieci episodi divisi perfettamente in argomenti, tra cui l’esordio, il gioco d’azzardo e le polemiche, la crisi familiare e la carriera nel baseball, le magie sul campo e i momenti di gioco più intensi. I play-off, le semifinali e le finali, gli allenamenti e il dietro le quinte.

Il quinto capitolo è dedicato poi alla memoria di Kobe Bryant, scomparso tristemente a gennaio 2020 a causa di un incidente aereo. Nella serie viene ricordato uno dei primi incontri tra i due campioni e di come Jordan gli sia sempre stato accanto con un fratello maggiore.

La figura di Michael Jordan

The Last Dance con Michael Jordan
Scottie PIppen e Michael Jordan in The Last Dance (foto: Multiplayer)

Tutto questo, i racconti, la storia, gli eventi, sono tutti documentati da video originali, pezzoni di servizi televisivi del tempo. Risposte e domande agli attori di quelle stagioni, ai suoi compagni nei Bulls e ai suoi avversari. Tra questi anche l’ex presidente USA Barack Obama. Il tutto per sottolineare la potenza di una figura contorta come quella di Jordan, incentrato su un unico obiettivo: vincere. Un ragazzo destinato al successo, instancabile e infallibile, grazie al quale Chicago è riuscita ad uscire dall’ombra in cui era quando è arrivato come rootie, diventando poi per ben sei volte la squadra più forte di tutta l’NBA.

The Last Dance non è solo il racconto delle gesta di un eroe. Non è l’elogio di un ragazzo che sognava di diventare come Magic Johnson al punto tale da riuscire a batterlo. Ma è la prova di come quell’uomo che non si creveda umano, vivesse tra paure e dubbi, sogni e forza di volontà, nella costante ricerca di una motivazione da trasformare in questione personale per cui poter dare il massimo. Guai a sfidarlo, guai a provocarlo, guai a rispondergli, a MJ non serviva altro per partire all’attacco e portare a casa la partita.

Le accuse di Sam Smith

Negli ultimi giorni sono giunte accuse di vario titolo da parte di giocatori come Scottie Pippen, Horance Grant e dal giornalista Sam Smith. Questo avrebbe accusato la regia e il giocatore di aver inventato molti aspetti e passaggi raccontati all’interno degli episodi. Dal racconto della trasferta in Utah e della questione della pizza, fino all’addio del 1998: “Saremo tornati per un settimo anello” avrebbe dichiarato MJ, “se solo ci fosse stato proposto”. Secondo quanto riportato da Sam Smith invece, nessuno avrebbe mai potuto costringere Jordan ad abbandonare la pallacanestro. Soprattutto una società che ha sempre alimentato i suoi sogni. Riconoscendo in lui una figura fondamentale per il successo. Ma come tutto, anche le favole più belle sono destinate a finire.

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