Squid Game: lo show sudcoreano che ha reinventato il survival drama

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Ho terminato di vedere Squid Game lo scorso weekend. Sinceramente quando mia figlia, appassionata di drama, mi ha detto “Mamma vediamo Squid Game” non ero molto convinta. Abbiamo gusti molto diversi. La lentezza della prima puntata mi stava facendo desistere. La crudeltà della seconda puntata mi stava facendo vietare la serie a mia figlia. Poi lei, 12 anni, mi ha fatto riflettere.

Perché Squid Game merita di essere visto?

Per chi non ha mai approcciato come me un drama questo è un inizio tosto. Duro, diretto e crudo. Ma reale. Forte in alcune scene, talmente splatter da non dare fastidio perchè sai che è finto. Ma i temi di fondo sono importanti. E chi si ferma a guardare solo sangue e morti perde tre quarti del film. Dal punto di vista dell’idea non c’è niente di particolarmente nuovo nella premessa di Squid Game. Un gruppo di concorrenti, 456 per la precisione, vengono inseriti in un’arena dove si sfideranno in una serie di giochi “adattati” fino a quando uno non emergerà un unico vincitore che riceverà un premio di 38,5 milioni di dollari. Quando diciamo che questi giochi sono stati “adattati”, tuttavia, intendiamo che sono tutti giochi comuni, che i bambini fanno spesso, ma che nella serie finiscono con una morte raccapricciante.

La trama di Squid Game senza spoiler

La storia ambientata in epoca moderna si svolge in una base segreta di un’isola al largo della costa della Corea del Sud. Questo potrebbe sembrare insignificante, ma conferisce un tono completamente diverso allo spettacolo rispetto al futuro distopico standard che permea il genere. I concorrenti non si tolgono la vita a vicenda senza pietà a causa di un’oligarchia onnipotente o di un feroce esperimento sociale, ma perché scelgono di farlo. A ciascuno viene data una decisione da prendere nell’episodio due, con l’opzione di tornare a casa, ma la maggior parte sceglie di tornare al gioco dopo un po’ di tempo rendendosi conto che “la tortura è peggiore là fuori” rispetto al gioco stesso. Forse le sezioni più memorabili di Squid Game, però, sono proprio quelle che si svolgono al di fuori del gioco. Vengono offerti piccoli scorci di umanità mentre i personaggi interagiscono con amici e familiari, solo per essere rapidamente giustapposti a spietata disumanità mentre uccidono la loro prossima vittima in una versione contorta della vita.

Nessuna novità ma tanta realtà

È un’idea che è stata vista sugli schermi molte volte prima. Il Giappone ha introdotto il genere nel 21° secolo con il classico Battle Royale di Kinji Fukasaku del 2000, mentre Jennifer Lawrence e il franchise di Hunger Games hanno reso il concept un vero e proprio blockbuster. Eppure Squid Game ha un approccio leggermente diverso e gli spettatori sembrano amarlo. È un incitamento schiacciante della società moderna che non si può fare a meno di confrontare con il dramma coreano premio Oscar del 2019 Parasite. Questi concorrenti non sono forzati o plagiati. Vogliono semplicemente uscire dai debiti, pagare l’assistenza sanitaria delle loro famiglie, e faranno praticamente di tutto per arrivarci. Anche l’estetica dello spettacolo lo distingue dalla massa di prodotti simili. Piuttosto che offrire la landa desolata post-industriale o la futuristica città al neon che potremmo aspettarci da questo tipo di produzione, l’azione si svolge in uno sgargiante incubo rosa e giallo in stile videogioco, completo di musica elettronica a otto bit ogni volta.

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