Sheppard Kaleidoscope Eyes | La Recensione

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Sheppard, copertina di Kaleidoscope Eyes

È difficile essere un one hit wonder, ma gli Sheppard – autori della hit Geronimo – dimostrano con Kaleidoscope Eyes il modo peggiore per esserlo. Ovvero non dire assolutamente nulla, rilasciando un album datato e vuoto

Sheppard: di che parla Kaleidoscope Eyes?

Lillywood & The Prick. Kimbra. The Asteroids Galaxy Tour. Echosmith. Sara Bareilles. Of Monsters And Men. Eliza Doolittle. Sono solo alcuni degli one hit wonder che si sono susseguiti negli ultimi dieci anni. Artisti che arrivano, fanno il botto e scompaiono – magari con un fanbase ancora fedele, che non li dimentica, ma ben lontani dalle classifiche. Ma se tutti questi artisti, a prescindere dalla qualità delle hit per cui sono stati conosciuti, hanno saputo costruirsi una rispettabile e apprezzata discografia per conto proprio, gli Sheppard dimostrano con il loro ultimo album Kaleidoscope Eyes come essere il peggior tipo di one hit wonder. Ovvero quello che ti fa chiedere cosa ci abbia trovato la gente la prima volta.

Che Geronimo non fosse un capolavoro rivoluzionario si sapeva, anche nel 2014 quando tutti cantavano in coro “Bombs Away!”. Quello che lascia però a bocca aperta immergendosi più a fondo nella discografia degli Sheppard è quanto poco ci sia in Kaleidoscope Eyes. Poco di qualunque cosa: a livello musicale, creativo, lirico e soprattutto vocale. La voce di George Sheppard è spenta, sommessa, incolore, e bisogna reggerla per buona parte dell’album. Un po’ meglio la sorella Amy, la seconda vocalist del gruppo, ma solo per il timbro delicato e gradevole: come cantante è piagata dalla stessa mancanza di energia. Kaleidscope Eyes è tutto così, privo di energia, di ispirazione, di visione; di qualunque cosa renderebbe un gruppo degno di essere scoperto. 

Dimenticabile acustica

Dopotutto ha senso, come procedura creativa. Il regno dei Sheppard è iniziato nel 2014: quindi perché non realizzare tutto Kaleidoscope Eyes come se in quell’anno ci trovassimo ancora? Quello che ne viene fuori è una collezione di tracce pop leggere, fin troppo estive anche per il periodo, che entrano da un orecchio ed escono dall’altro. Una collezione frivola e incorporea di amori giovanili, empowerment anthems, dediche all’ottimismo che raccontano tutto, ma non dicono niente. 

Materiale da radio del supermercato, nulla più. Canzoni fatte per riempire spazio, assurdo che siano arrivati a sedici. Gli Sheppard hanno avuto un colpo di fortuna, e dispiace che non siano riusciti a trarne vantaggio dopo il calo di fortuna di Geronimo. Sono rimasti indietro nei tempi, per musica e mentalità, e da un album pop si aspetta ben altro nel 2021. Soprattutto da un gruppo indie, quindi più libero di esprimersi. “Anche se moriremo giovani/ci ricorderanno”, cantano gli Sheppard nella traccia d’apertura Die Young: ma è improbabile che qualcuno finisca per ricordarsi di Kaleidoscope Eyes.

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