“ROMA”: Il passato di Cuarón punta al futuro degli Oscar

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Manca sempre meno alla tanto attesa notte degli Oscar 2019 fissata per lunedì 25 febbraio nel cuore della notte. A contendersi il premio come “miglior film” si scontreranno un totale di otto pellicole, alcune più conosciute e già amate (da “Black Panther” a “A Star Is Born” passando per “Bohemian Rapsody“), altre invece più ignote alla maggior parte del pubblico, e “Roma” ne è un esempio.

Eppure è proprio quest’ultimo film, insieme a “La Favorita“di Lanthimos, attualmente nelle sale, ad essere candidato per un complessivo di dieci nominations; dopo essere stato già vincitore del Leone d’oro alla 75a Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia, e di due Golden Globe come miglior film straniero e miglior regia.

Ma di cosa tratta “Roma“?

Prodotto in Messico, distribuito su Netflix e diretto da Alfonso Cuarón, regista di “Gravity” (2013) e “Harry Potter e il prigioniero di Azkaban” (2004); racconta la storia di Cleo, interpretata da una grandiosa Yalitza Aparicio in nomination come miglior attrice protagonista.
Cleo lavora come domestica presso una famiglia di messicani con residenza nel quartiere Colonia Roma, nel cuore di Città del Messico; quartiere originario dello stesso regista, il quale si è impegnato nell’inserire la sua storia e la sua esperienza all’interno della sua stessa creazione.

La trama narra una storia modesta ma reale, una storia che ci trattiene davanti allo schermo nonostante la sua apparente semplicità. “Roma”, candidata come miglior sceneggiatura originale curata dallo stesso regista, ci apre un varco in quello che fu il Messico tra il 1970 e il 1971 attraverso uno sfondo sociale che accompagnerà in punta di piedi la storia fino a circa metà film, prima di irrompere sullo schermo attraverso una panoramica di 360 gradi che segnerà il culmine del racconto e della vita stessa di Cleo.

E’ dunque il Messico delle proteste studentesche, dei soldati che sparano sulla folla, come ci racconta uno dei bambini protagonisti all’inizio della pellicola. Il Messico del panico e della paura, ma anche il Messico della forza che si trova nella famiglia e nelle persone che amiamo, il Messico di tutti i suoi cittadini, di qualsiasi classe sociale. Un Messico che si può ritrovare nell’uso della lingua originale.

La pellicola è girata completamente in bianco e nero, a partire dalla scritta Netflix che anticipa l’annuncio di un titolo consegnato in silenzio, per pochi secondi. Cuarón stesso in un’intervista a “Rolling Stone” afferma: “Il bianco e nero era, semplicemente, nel Dna del film.”
Appare dunque come un ritorno al cinema classico, al passato, ad un cinema che cercava di raccontare la storia non solo del proprio Paese ma anche dei dolori e delle vite di ogni singolo cittadino. Un ritorno a quello che fu il neorealismo del dopoguerra, un ritorno anche alla “nostra” Roma, quella di Rossellini in “Roma città aperta” e di De Sica in “Ladri di biciclette”.

Quello di Cuarón è dunque uno stile di regia pressoché descrittivo, che privilegia inquadrature panoramiche e piani lunghi al fine di presentarci uno sguardo d’insieme. La sua attenzione si concentra sui dettagli attraverso una fotografia nobile, puntuale e un uso delle inquadrature preciso, basato sul racconto dei personaggi, la maggior parte non professionisti.

E’ dunque comprensibile come mai “Rolling Stone” lo abbia definito un capolavoro, una storia che nasce dalla vita del regista e che finisce per imprimere quella sensazione e quelle emozioni all’interno della nostra. Un film che può dunque essere inserito in quello che è il film d’autore, un film originale e colto, forse insolito per il “Post” ma al tempo stesso profondo e vero.
Un film che vale la pena vedere.

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