Piattaforme streaming: un’industria che va cambiata?

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Piattaforme streaming

Servizi come Spotify o Apple Music hanno spesso ricevuto critiche sui modelli si prezzo nei confronti degli artisti che permettono di caricare i loro brani su queste piattaforme. E con l’avvento della pandemia, i guadagni di diversi cantanti e musicisti si sono prosciugati in un istante. Ecco perché ciò accade e perché l’industria dello streaming dovrebbe cambiare in tal senso.

Piattaforme streaming: un’industria da riformare?

I servizi di streaming, come Apple Music e Spotify, sono ampiamente utilizzati, con l’industria dello streaming che vede crescere la sua popolarità. Ora, con l’avvento della pandemia e le conseguenti restrizioni, molti artisti, specie cantautori e musicisti emergenti, hanno deciso di spostarsi proprio su queste piattaforme streaming. La possibilità di sostentamento in quanto artisti sarebbe stata assai carente basandosi su concerti che non si potevano organizzare.

Molti di questi artisti, però, hanno riscontrato carenze di profitto anche da parte dell’industria dello streaming su queste piattaforme. Esaminando infatti più a fondo i profitti su questi servizi, diversi cantautori hanno notato che il guadagno su Apple Music o Spotify è pressoché inesistente. Un esempio si può trovare nella cantautrice Nadine Shah, che ha anche testimoniato davanti alla commissione parlamentare nell’ambito di un’indagine sui servizi di streaming. Anche molti altri artisti, europei e non, si sono uniti a Shah per mettere in evidenza come lo streaming debba cambiare in questo senso.

Le modalità di guadagno costituiscono il problema principale

L’industria dello streaming rappresenta una modalità di consumo dominante, che a oggi costituisce l’83% dei ricavi della musica registrata solo negli USA. Il problema relativo ai pagamenti non sta tanto nel quanto questa industria riesce a dare agli artisti, quanto più nel modo in cu essa la distribuisce. Questo ha portato al fatto che molti non possono basare i propri incassi sulle sole piattaforme streaming nel caso lo volessero, pandemia a prescindere. Molto criticato è anche l’aspetto economico alla base di questa industria. Spotify e Apple Music, così come altre piattaforme streaming si basano sul sistema di distribuzione delle royalty pro data. Secondo questo meccanismo, il denaro raccolto dagli abbonati o dagli annunci entro un dato periodo di tempo va a finire in un unico incasso, che viene poi diviso per il numero totale di stream.

È in corso un’indagine su queste piattaforme

L’Unione dei musicisti ha chiesto recentemente a Spotify di pagare un centesimo per lo streaming, nonostante ciò rappresenti un qualcosa di incompatibile con l’attuale modello della piattaforma. La società proprietaria sostiene di pagare due terzi delle sue entrate ai titolari dei diritti, e ha anche dichiarato che gli artisti che autorizzano alla commercializzazione dei loro brani sulla piattaforma ricevono un buon guadagno.  A ottobre, è stata aperta un’indagine sull’economia della musica in streaming, il cui rapporto è atteso per le prossime settimane. Insomma, si tratta di un riscontro molto atteso per il mondo della musica, che potrebbe dettare le sorti dell’industria dello streaming. Il rapporto potrebbe infatti stabilire se queste piattaforme necessitino di un cambiamento, oppure no.


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