Phoenix: Flames Are Dew Upon My Skin di Eartheater | La Recensione

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Phoenix: Flames Are Dew Upon My Skin

C’è pop alternativo e pop alternativo, ma il livello di stramberia di Eartheater è qualcosa a cui poche possono ambire. Nella sua bizzarria funziona, però – e merita solo complimenti per il travolgente album Phoenix: Flames Are Dew Upon My Skin

L’impavida Eartheater

Una bellissima donna, abbigliata in un body di lustrini e dall’acconciatura curatissima, con dei fuochi d’artificio rossi che le ardono contro le natiche. La copertina di Phoenix: Flames Are Dew Upon My Skin è tutta un programma – come lo è anche Eartheater, l’artista che c’è dietro. Alexandra Drewchin diventa Eartheater nel 2009, e rilascia album senza fermarsi. Il suo lavoro precedente, IRISIRIS, risale al 2018 ed è uscito con l’acclamazione della critica, e in una scena in cui il pop alternativo fa proseliti, non c’è momento più perfetto per rilanciarsi sotto i riflettori. Eartheater agguanta l’opportunità e propone, sulla strada già spianata nel pubblico medio da pazze megalomani come Arca, Grimes e Alice Glass dei Crystal Castles, una musica che è tutta rumori e niente beat. Senza perdere, tuttavia, una goccia della sua assurda bellezza. 

Phoenix: Flames Are Dew Upon My Skin rappresenta per Eartheater il quarto lavoro in studio, rilasciato il 2 ottobre 2020 sotto la label PAN. Sul canale YouTube della label si può inoltre scoprire il video musicale per la traccia How To Fight, che rappresenta un ottimo punto di raccordo per capire da subito se la si apprezzerà o no. Ma il testo dice tutto, prima della musica: è un mondo di guerrieri, bisogna imparare a combattere. Nel caso di Eartheater la sua arma sono le sue canzoni, e la battaglia per provare le proprie capacità può dichiararsi vinta su tutti i fronti. 

Phoenix: Flames Are Dew Upon My Skin: la recensione

Eartheater è fuori controllo ed esprime ambizione da tutti i pori. Non fa musica convenzionale, ma in fondo non le importa affatto. Le piace urlare, occupare spazio, proclamarsi sicura di sé e comoda nella sua pelle. In accordo con tali tematiche, l’album è anche il lavoro più curato e lucido di Eartheater, come si capiva anche dalla copertina molto più a fuoco – sempre che di “a fuoco” si possa parlare con un lavoro di Eartheater. Chi la conosce e la ama troverà in Phoenix: Flames Are Dew Upon My Skin tutto quello che ha imparato ad amare di lei – inclusa una bocca priva di filtri, che nella possente traccia chamber pop Diamonds In The Bedrock proclama fiera il suo desiderio di sesso orale. Non le importa, lei vuole qualcosa e non trova nulla di male nell’affermarlo. Sbraitarlo, addirittura, o anche sussurrarlo, o perché no, ricoprirlo di effetti vocali – dopotutto le piace così. 


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Phoenix: Flames Are Dew Upon My Skin contiene tutto e il contrario di tutto. Prima esplode, graffia, gratta e ringhia contro le casse, in una cacofonia elettronica e distorta. Poi si produce in una sonorità quasi ambient, delicata, di campane metalliche. Due elementi che non sembrano nati per essere combinati, ma che nelle mani giuste – magari quelle di un alchimista, che con gli elementi ci gioca per abitudine – si mescolano in maniera quasi simultanea. Eartheater è una di quelle artiste la cui sicurezza dietro al microfono diventa uno strumento a parte, e la rende elemento cruciale nel costruirne il successo e il talento. Folgorante come la fiamma, delicata come la rugiada, e assurda come la possibilità che tali elementi possano convivere nello stesso spazio. Queste sono le caratteristiche di Eartheater, nonché quelle di un ritorno in grandissimo stile. Non è musica per tutti, ma per chi ha il tempo da dedicarle si rivelerà un passatempo di primo livello. E Phoenix: Flames Are Dew Upon My Skin è un lavoro da provare

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