MariTé K, Telling Stories – Recensione Album

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Chi È MariTé K?

Classe 1984, talento sin da bambina, attivista e direttrice di coro: MariTé K debutta con il suo primo album il 30 maggio 2020. Si tratta di un’artista soul molto sottovalutata in Italia, eppure dalla longeva carriera che ha percorso numerosi campi della musica e dell’intrattenimento. Telling Stories è il secondo album di MariTé K, vero nome Ntumba Marie Therese Kabutakapua, preceduto nel 2014 dall’EP Soul Naked. È un’attivista, fondatrice dell’associazione Tam Tam D’Afrique Onlus rivolta al sostegno e all’avanzamento delle donne congolesi. Recita a teatro, in collaborazione con Arteteca. Promuove la musica gospel come direttrice del coro da lei fondato, Trivium Music Work In Progress.

Si è esibita persino in Vaticano, assieme ad artisti come Zucchero, Annie Lennox, Imany, Patti Smith, Cheryl Porter e Noa. Telling Stories rappresenta il momento perfetto per conoscere MariTé K, con un debutto profondo e accattivante. Esso si presenta esattamente come il suo titolo: un’antologia di storie, cantate in inglese o in italiano, dedicate a vari personaggi, che raccontano di dolore e paura, ma anche speranza e affetto. Che si parli di lei o di qualcun altro, il modo con cui le interpreta è sempre molto immersivo. La sua musica è un soul lento, poco radiofonico e immensamente rilassante.

La cover di Telling Stories

Telling Stories: La Recensione

Mai risulta noioso o fuori luogo, e la sua voce elegante e profonda coinvolge per tutto il tempo dell’album senza mai annoiare. Quello che conta, tuttavia, sono i testi, che tratteggiando l’umanità in maniera diretta e molto interessante. La stessa MariTé K lo descrive così. “Diciamo che Telling Stories è un po’ come un piccolo libro in musica. Le storie che mi hanno colpita di più sono diventate canzoni. Come ad esempio Sharab, che parla di una ragazza che lascia il Nord Africa per amore, e che viene tradita e costretta alla prostituzione proprio da questo amore. Homeless è la storia di un senza tetto bruciato vivo a Milano”. Un riferimento alla morte di Ahamed Fdil, tragedia verificatasi nel 2018 ad opera di due minorenni che hanno appiccato il fuoco all’automobile nella quale abitav

“Sono diverse le cose che m’ispirano…”, continua MariTé K, “ma ciò che davvero desidero è che le persone potessero guardare oltre la propria vita aprendosi al prossimo, non con sospetto, ma con curiosità”. Sharab rappresenta il punto più alto dell’album: la storia della giovane prostituta sola al mondo, che vende il proprio corpo per guadagnarsi il pane, è raccontata in una maniera che ricorda la poetica degli ultimi del miglior De Andre. In maniera affettuosa, intima, accennando le brutalità del fatto senza scavarvi dentro in modo morboso. Un sentimento di tenerezza che rimane vivo per tutta la durata dell’album: Lullaby, in questo senso, è l’esempio più lampante. Una vera e propria ninnananna – che si conclude con la voce del suo nipotino che canta la canzone degli elefanti sul filo della ragnatela. È forse il culmine delle storie raccontate nell’album, in cui la vita è difficile, ma anche piena di “things to see”, cose da vedere. Uno sguardo cantautoriale maturo, che si presenta anche in figure rispettate come Frank Turner. Un album di cui si potrebbe dire che fa bene, per come mostra il mondo e chi lo abita. 

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