Last Goodbye: in memoria di Jeff Buckley, tra alienazione e senso di abbandono

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29 maggio 1997: Jeffrey Scott Buckley, figlio del celebre cantautore americano Tim Buckley, si immerse completamente vestito nelle acque del Wolf River, un affluente del Mississippi che passa per Memphis, per stemperare la tensione di un fitto periodo lavorativo che lo vedeva impegnato nella registrazione del suo secondo album dopo il faraonico esordio Grace; purtroppo un battello che passava sul fiume proprio in quel momento innalzò un’onda di dimensioni non indifferenti che causò un vortice d’acqua avvolgente il corpo del cantante (la non particolare predisposizione al nuoto e il fatto che indossasse jeans, maglietta e stivali al momento dell’incidente di certo hanno facilitato l’azione che l’acqua ha in questi casi) che lo fece ritrovare dalla polizia sotto il ponte di Beale Street a Memphis, impigliato tra i rami di una pianta e, purtroppo, privo di vita. Il giovane musicista aveva solo trent’anni e, certamente, ancora tanto da raccontare con la sua musica.

Andare oltre la morte

Come si può esprimere a parole scritte il valore musicale di un artista che ci ha lasciato così presto e in maniera così repentina nonché bizzarra? A dire il vero, come si può non rimanere profondamente amareggiati sapendo che l’autore di quella pietra miliare del songwriting anni ’90 che è Grace non ha avuto modo di andare oltre il “mezzo del cammin di nostra vita” e quindi di poter esprimere appieno il proprio potenziale artistico? Oppure dobbiamo essere contenti così perché ciò che abbiamo avuto rappresenta già Jeff Buckley al suo massimo? Ma soprattutto, hanno senso queste domande sapendo che, in un certo senso, l’opera di un artista è capace di andare oltre la morte fisica? Dopotutto Sketches from My Sweetheart The Drunk è uscito postumo, e non sarà né la prima né l’ultima opera d’arte (qui si parla di musica, ma il discorso è a tutto tondo per ogni forma di espressione umana) donata al mondo dopo la dipartita dell’autore. L’alienazione in effetti, concetto marxista fortemente ancorato con buona parte dello svolgimento storico del precedente secolo, con l’arte arriva al suo massimo, con la musica addirittura di più: l’autore butta giù l’idea e la realizza (tra l’altro non esiste opera d’arte alla medesima stregua della musica per quanto riguarda la sua natura di finitezza e fugacità), ma una volta che tale idea è arrivata al pubblico questa smette completamente di essere sua per diventare di tutti. Qualcuno oserebbe dire che anche l’artista stesso si trasforma in oggetto, mero appannaggio della propria personalità ma ormai rappresentazione ontologica e consumistica della propria opera e, come diremmo oggi, del proprio brand

Last Goodbye e la sua natura alienante

Non avendo a disposizione una biografia così ricca, non possiamo fare altro che puntare decisamente proprio sul concetto di alienazione per comprendere la figura tanto enigmatica quanto affascinante del giovane musicista californiano, ovvero comprendere quanto della sua opera non gli appartenga più, perché donataci con gran forza proprio nell’atto della creazione, e quanto diventi in questo modo rivelativa del suo essere prima persona e poi artista. Per cimentarci in questo compito non facile ci serviremo di una delle tracce più iconiche del bellissimo album di esordio di Buckley: Last Goodbye.

This is our last goodbye

I hate to feel the love between us die

But it’s over

Just hear this and then I’ll go

You gave me more to live for

More than you’ll ever know

This is our last embrace

Must I dream and always see your face?

Why can’t we overcome this wall?

Baby, maybe its just because you didn’t know you at all

Kiss me, please kiss me

But kiss me out of desire, babe, not consolation

Oh, you know it makes me so angry

‘Cause I know that in time, I’ll only make you cry

This is our last goodbye

Did you say, “No, this can’t happen to me”

Did you rush to the phone to call

Was there a voice unkind in the back of your mind

Saying maybe you didn’t know him at all

You didn’t know him at all, oh oh, ya didn’t know

Ooo didn’t know

Well, the bells out in the church tower chime

Burning clues into this heart of mine

Thinking so hard on her soft eyes

And the memories, offer signs that it’s over

Over

A una prima lettura del testo e a un primo ascolto dell’arrangiamento sopraffino, la canzone sembrerebbe una pura e semplice espressione quel meraviglioso e reiterato sentimento conosciuto come “amore”, rivolto come in buona parte della discografia sull’argomento a una donna, ma se così non fosse? Se invece Jeff si fosse rivolto direttamente al vero amore della sua vita, ovvero la musica? Avrebbe potuto concepire Last Goodbye come l’elogio lirico di quel momento dove l’autore si rende conto di non possedere più l’opera della sua creatività e, di conseguenza, controllo su di essa? Se si perde qualche minuto a leggere il testo da un altro punto di vista, l’ipotesi sembra molto meno strampalata di quello che sembrerebbe essere: quello che l’artista sta vivendo è l’ultimo addio all’oggetto del proprio amore, odia il doversi rendere conto di come l’amore che ha provato per tanto tempo sia finito per sempre e non gli lasci nessuna speranza di ripresa; non si è trattato di un amore fugace, a quanto emerge dal testo l’entità amata (continuiamo a presumere che si tratti della musica, o meglio della sua realizzazione metaforica) ha donato molto al giovane cantante-chitarrista, talmente tanto da rendere profondamente amaro il loro ultimo abbraccio, così amaro da lasciare al giovane maestro di parole e e musica il solo desiderio di poter continuare a sognare il viso dell’amata.

“Amami, oh musica!”

Quella del “volto della musica” è una figura utilizzata in lungo e largo e nella produzione colta e in quella popular, e il lirismo struggente di Buckley non ci ha dato motivo di dubitare che il processo di alienazione dalla propria creatura sia effettivamente l’oggetto della trattazione. Ma la frase più eloquente si presenta in questo punto:

Why can’t we overcome this wall?

Baby, maybe its just because you didn’t know you at all

Buckley se lo chiede in fin dei conti perché non sia possibile superare questo muro tra se stesso e l’oggetto del proprio amore, dopotutto si tratta di un sentimento di origine generatrice, strettamente ancorato a un processo creativo e a una forza, quella dell’espressione musicale, che si presenta scevra di spiegazioni razionali, spiegazioni che la musica stessa non è in grado di proporre a se stessa in quanto arte: ecco il perché dell’innata capacità della musica di suscitare i più disparati sentimenti umani, tanto a chi la crea quanto a chi ha l’immenso privilegio di divenirne fruitore e, quindi, vero proprietario. La seconda strofa aggiunge poco all’immagine di abbandono che Buckley sta dipingendo con una tavolozza timbrica di qualità eccelsa, le metafore del campanile, che irrompe nel surreale silenzio che solo la fine di un amore può generare, e della corsa verso il telefono che ogni innamorato intraprende per rispondere al generatore di palpitazioni sottolineano quanto il cantante californiano ha già ampiamente mostrato in questo turbinio di suoni al limite tra la disperazione e la catarsi più pura. La certezza matematica che Buckley stia effettivamente parlando della musica in maniera metaforica non può essere garantita, ma se così fosse il significato poetico e, non in piccola parte, filosofico di Last Goodbye prenderebbe una direzione decisamente più ghiotta rispetto a quella di una comune canzone d’amore.

Non sono solo canzonette 

Iconica immagine del giovane cantante

Il vero significato lo potrebbe spiegare solo Buckley stesso, ma un’onda anomala ha privato le nostre orecchie della sua voce flebile e incisiva nonché del suono limpido e introspettivo della sua Fender Telecaster; speculazioni fantasiose a parte, ventitré anni fa abbiamo perso un artista non usuale, un cantautore capace di esplorare i meandri dell’inquietudine umana con un’originale sintesi di pop melodico, rock e suoni celestiali a metà strada tra il sogno e la veglia. Alienazione o meno, gli dobbiamo tutti essere grati per Grace e tutte le altre perle armoniche a noi donate.

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