Il pensiero di Kim Ki-Duk: fra cinema e realtà

Un regista dalla doppia faccia?

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1988
Kim Ki-Duk

Un altro anno sta per concludersi. Difficilmente lo ricorderemo con piacere. Per quanto anche questi ultimi dodici mesi abbiano per molte persone apportato benefici, non scorderemo il peso della pandemia globale. Il Covid- 19 non smette di tormentare le persone. Di causare danni. E di mietere vittime. Fra queste raffigurano anche molti personaggi famosi. Oggi parleremo di una in particolare. Il regista sudcoreano Kim Ki-Duk.

Chi è Kim Ki-Duk?

Abbiamo già menzionato il fatto che si tratti di un famoso produttore cinematografico. Originario della città di Bonghwa, potremmo definire Kim Ki-Duk un sognatore. Ogni essere umano sogna. Non solo in senso onirico. Tutti siamo in grado di spaziare con la fantasia. Di volare in universi ben lontani dalla realtà. In mondi che mai riusciremmo a scoprire con concretezza. Questo personaggio dona al sogno un’importanza centrale all’interno della sua vita. Tanto da provare a trasformarlo in realtà. Ecco perché s’appassiona alla pittura e al disegno. Senza però formarsi in maniera adeguata in quell’ambito. La sua mente vola poi verso lo schermo cinematografico. Kim Ki- Duk è ammaliato dal mondo del cinema. A tal punto che, nel 1996 debutta con il suo primo film. “Il coccodrillo”.

Il pensiero cinematografico

<<L’odio di cui parlo non è rivolto specificatamente contro nessuno, è quella sensazione che provo quando vivo la mia vita e vedo cose che non riesco a capire. Per questo faccio film: tentare di comprendere l’incomprensibile>>. Sono queste le parole di Kim Ki-Duk che riflettono il suo pensiero. Il suo modo di fare arte. Di vivere il cinema. Da questa frase possiamo comprendere l’importanza di un sentimento spesso represso. Soffocato. Come se fosse pericoloso menzionarlo. Fin da quando siamo bambini ci viene raccontato l’odio come un’emozione da sconfiggere. Ci viene detto, addirittura, che dovremmo “amare il prossimo come noi stessi”. Poi cresciamo. Facciamo esperienza del mondo. E ci accorgiamo che non è pensabile poter amare tutte le sue sfumature. Dunque cadiamo nel disprezzo.

Dovremmo invece comprendere che amore e odio non sono due facce della stessa medaglia. “Si amor in multis animalibus esset et odium, esset amicitia et simulatas, dissensio et concordia”, affermava Seneca. “Se negli animali privi di parola ci fossero l’amore e l’odio, ci sarebbero l’amicizia e la rivalità, il disaccordo e la concordia”. Eppure, a oggi sappiamo che questi sentimenti sono naturali l’uno quanto l’altro. Dunque, perché dovremmo elogiare uno e reprimere l’altro? Piuttosto, dovremmo fare attenzione a non sfociare negli estremismi. Ed è proprio quello che Kim Ki-Duk cercava di trasmettere attraverso le sue pellicole. Il suo repertorio cinematografico vanta film d’azione nei quali la violenza funge spesso da protagonista. In modo da rendere partecipe gli spettatori e le spettatrici al traboccamento dei sentimenti umani.

Movimento #Metoo

Questo movimento è diventato celebre nel 2017. Si tratta di una campagna volta a sostenere le vittime di violenze sessuali e altri tipologie di molestie. Quando si va incontro a queste tragedie, è come se la vita si fermasse. Si forma un vuoto incolmabile all’interno del proprio organismo. Una sensazione viscerale. Ci si sente come se la nostra essenza fosse stata rubata per sempre. Ecco perché si fatica a denunciare. Perché si è impegnate/i a incollare i pezzi di un esistenza ormai in frantumi. Il movimento #Metoo nasce proprio per rompere questo silenzio. Sono molte le donne che grazie a questo progetto sono riuscite a parlare, denunciando il proprio carnefice. Anche Kim Ki- Duk non è stato esente da ciò. Un’attrice conferma di aver subito molestie sessuali da parte sua. Purtroppo non si tratta dell’unico regista reo di quest’orribile atto. Una violenza che fa riflettere sul suo pensiero cinematografico sopracitato.


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