Fabrizio De André: le storie dietro i testi

0
1008
Fabrizio De André

Fabrizio De André è probabilmente il più amato tra i cantautori italiani. Nato a Genova il 18 febbraio 1940, oggi il cantore degli ultimi avrebbe compiuto 80 anni.

LEGGI ANCHE: Per gli 80 anni dalla nascita di De André ci sono diversi eventi

Abbiamo deciso di ricordarlo raccontandovi le storie, spesso poco conosciute, dietro alcune delle sue canzoni più famose.

Queste storie, e molte altre, sono contenute nel volume Il libro del mondo. Fabrizio De André: le storie dietro le canzoni, a cura di Walter Pistarini.

Fabrizio De André

La canzone di Marinella

e, come tutte le più belle cose,

vivesti solo un giorno, come le rose.

Questo è probabilmente il brano di Fabrizio De André più noto al grande pubblico. Fabrizio raccontò di aver tratto ispirazione da un fatto di cronaca letto quando era adolescente: una giovane prostituta era stata scippata da un cliente, uccisa e gettata nel fiume Tanaro. Naturalmente, la versione di De André è assai più “romantica” del fatto reale. <<Ho deciso di addolcirle la morte, visto che non potevo più cambiarle la vita>> dichiarò lo stesso De André. <<Se lei, da qualche parte, ha uno spiraglio attraverso il quale può vedere che qualcuno si occupa di lei, forse ne sarà contenta>>.

Confrontando i ricordi del giovane Fabrizio con i giornali dell’epoca, sembra probabile che la “vera” Marinella fosse Maria Boccuzzi, aspirante attrice che, innamoratasi di un poco di buono, aveva interrotto i contatti con la famiglia ed aveva cominciato a prostituirsi. A 33 anni (più anziana, quindi, che nel ricordo di Fabrizio) la donna fu trovata morta nel fiume Olona, uccisa a colpi di arma da fuoco. Forse si era trattato di un delitto passionale, o forse il “protettore” di Maria non approvava il progetto della ragazza di adoperare i risparmi che aveva messo da parte per abbandonare il mestiere di prostituta e rifarsi una vita. Il caso non fu mai risolto.

Preghiera in gennaio

Lascia che sia fiorito, signore,

il suo sentiero

La notte del 27 gennaio 1967, il cantautore piemontese Luigi Tenco venne trovato morto nella sua camera d’albergo a Sanremo, ucciso da un colpo di pistola alla tempia. La sua canzone, Ciao amore, ciao, era appena stata eliminata dal Festival, e nella camera di Tenco fu ritrovato un biglietto che attribuiva il folle gesto proprio alla volontà di protestare contro questa scelta. Tutto, insomma, faceva pensare ad un suicidio e, sebbene nel corso degli anni siano state trovate diverse prove che farebbero dubitare di tale tesi, ancora oggi questa è la versione ufficiale.

Fabrizio e Luigi non si frequentavano molto, ma erano amici e nutrivano una profonda stima reciproca. La loro amicizia era nata in modo non convenzionale: Fabrizio si vantava in giro di aver scritto lui Quando, brano in realtà appartenente a Luigi Tenco, e che aveva riscosso un discreto successo. Quando la voce giunse alle orecchie di Tenco, quest’ultimo andò a cercare il collega per i locali di Genova frequentati dagli artisti dell’epoca, deciso ad affrontarlo. Quando, però, Fabrizio gli confessò di essersi preso il merito della canzone per far colpo su una ragazza, la rabbia di Luigi sfumò, e tutto finì con una risata.

Poco dopo, quando Tenco fu scelto per interpretare il ruolo del tenebroso Giuliano nel film La Cuccagna, di Luciano Salce, gli fu chiesto di scegliere una delle sue canzoni da inserire nella pellicola. Luigi, però, insistette per portare, al posto di un brano proprio, uno del suo amico Fabrizio, al tempo meno famoso di lui. La scelta cadde infine su La ballata dell’eroe.

De André fu tra i pochissimi colleghi della scena musicale a presenziare ai funerali di Luigi Tenco, tenutisi il 29 gennaio a Ricaldone, il piccolissimo paese della provincia di Alessandria di cui Tenco era originario.

Rientrati a casa dopo la triste cerimonia, Fabrizio scrisse Preghiera in gennaio, un brano struggente dove il cantautore chiede a Dio la redenzione per l’amico Luigi e per tutti i suicidi, allora più di adesso condannati dalla Chiesa cattolica.

Un giudice

Giudice finalmente,

arbitro in terra del bene e del male.

La più conosciuta tra le canzoni dell’album Non al denaro, non all’amore né al cielo, il preferito da molti fan del cantautore. L’album è ispirato ad Antologia di Spoon River, del poeta statunitense Edgar Lee Masters. La rivoluzionaria raccolta di poesie, pubblicata nel 1915, racconta la storia di un villaggio americano dell’epoca, attraverso le voci dei suoi abitanti defunti. Ciascuno di essi scrive il proprio epitaffio in versi, confessando misfatti e ipocrisie, lamentando miserie o ricordando episodi significativi della propria vita.

De André raccontò di aver letto il libro all’età di diciott’anni e di esserne rimasto molto colpito. Quando, diversi anni dopo, decise di farne un album musicale, dovette scegliere soltanto nove tra le oltre 200 poesie che compongono l’Antologia.

Riguardo ad Un giudice, dichiarò: <<Questa cosa che le persone alte un metro e settanta, un metro e sessantotto, prendano per il sedere le persone piccole di statura(…)è come se un tulipano se la prendesse con una melanzana. Una cosa abbastanza cretina>>.

Il “suo” giudice, però, cessa di essere degno di compassione nel momento in cui sceglie di studiare legge al solo scopo di vendicarsi di coloro che l’hanno preso in giro da ragazzo per la sua bassa statura. <<Finisce per aggiungere a questa piccola statura fisica, su cui non c’era niente da dire, anche una piccola statura morale, su cui c’è moltissimo da dire>>.

Amico fragile

pensavo è bello che dove finiscono le mie dita

debba in qualche modo incominciare una chitarra.

La più autobiografica tra le canzoni di Fabrizio De André, ed una delle più amate dal suo stesso autore, fu scritta in una notte di ubriachezza, presso la sua casa in Sardegna. Fabrizio raccontò:

<<Quando ero ancora con la mia prima moglie, fui invitato una sera a Portobello di Gallura, dove m’ero fatto una casa nel ’69. D’estate arrivavano tutti, romani, milanesi…in questo parco residenziale, e m’invitavano la sera, che per me finiva sempre col chiudersi puntualmente con la chitarra in mano. Una sera ho tentato di dire perché invece non parliamo di…nemmeno per sogno, io dovevo suonare. Allora mi sono proprio rotto i coglioni, mi sono ubriacato sconciamente, ho insultato tutti, me ne sono tornato a casa e ho scritto Amico fragile>>.

Alla luce di questo racconto, è possibile comprendere un po’ meglio il testo piuttosto ermetico della canzone.

Oceano

disse: “vorrei sapere

quanto è grande il verde, come è bello il mare, quanto dura una stanza…”

Come Fabrizio raccontava durante i suoi concerti, Oceano è dedicata al figlio maggiore, Cristiano De André. Fabrizio la scrisse, insieme a Francesco De Gregori, quando Cristiano aveva circa dodici anni.

<<Gliel’ho dedicata per forza, perché mi aveva messo con le spalle al muro e mi faceva delle domande alle quali non sapevo assolutamente rispondere>>. È questo, dunque, l’argomento principale della canzone: la risposta alle domande tipiche dei bambini, a cui gli adulti non sono in grado di rispondere.

Una volta adulto, Cristiano stesso raccontò più nel dettaglio la genesi della canzone. <<Era l’estate del ’74(…)questa canzone, che era Alice, di un certo Francesco De Gregori. Era una canzone che mi aveva colpito, che mi piaceva, perché era una canzone “quadro”, una canzone che riuscivo a vedere come un’immagine: Alice guarda i gatti(…)e cominciai a chiedere in giro, ai miei amici: “Ma perché Alice guarda i gatti?” Anche a mia madre: “Scusa, ma perché Alice guarda i gatti?” Niente, andai avanti così a chiedere in giro>>.

Cristiano racconta poi il suo primo incontro con Francesco De Gregori: <<Ci venne incontro questo suo ospite (di Fabrizio), con dei riccioli biondi che gli cascavano sulle spalle. Vestito un po’ trasandato, scarpe da tennis, mi tese la mano e mi disse “Piacere, Francesco”.(…)Insomma, dopo un quarto d’ora gli ero aggrappato alla spalla: “Perché Alice guarda i gatti? Se non me lo dici tu chi me lo dice? È un anno che sto cercando una risposta!(…)Poi un mattino, scendendo le scale per andare al mare, lo vedo sul divano di casa. Mi disse “Fermati! Io e tuo padre questa notte abbiamo scritto questa canzone, che è la risposta esatta al perché Alice guarda i gatti. Si chiama Oceano. La vuoi sentire? Te l’abbiamo dedicata.”

Dopo l’ascolto, rimasi così. Là dentro c’era la risposta esatta al perché Alice guarda i gatti. Solo che non avevo capito. E quindi niente. Dovetti aspettare degli anni per capire che non c’era niente da capire. Adesso ho una figlia che si chiama Alice>>.

Fiume Sand Creek

ora i bambini dormono

nel letto del sand creek.

La canzone racconta il massacro perpetrato ad opera delle Giubbe Blu in un accampamento Cheyenne all’alba del 29 novembre 1864, nel pressi del fiume Sand Creek, nell’attuale Colorado. Le vittime dell’atroce carneficina furono quasi esclusivamente donne, bambini ed anziani, poiché i soldati attesero, per attaccare, che gli uomini in grado di combattere fossero lontani, partiti per la caccia al bisonte.

La canzone esprime pienamente il pensiero di Fabrizio De André su quanto compiuto dall’uomo bianco ai danni dei nativi americani. Il cantautore, però, non mancò di chiarirla maggiormente durante una presentazione del brano.

<<La sera del 12 ottobre 1992 non starò certo a brindare al 500enario della scoperta dell’America. Anche perché desidero ricordare che non si trattò di una scoperta, casomai di una riscoperta. Perché quando Cristoforo Colombo, con il solito capello fluente, occhio sognante, piede sicuramente fetente, sbarcò sull’isola di Santo Domingo, c’era già una popolazione. Ed erano lì da circa 20 o 30.000 anni. Quindi, la sera del 12 ottobre 1992, almeno per quanto mi riguarda, starò vicino agli indiani e ricorderò insieme a loro quelli che loro considerano il giorno del più grande lutto nazionale>>.

Hotel Supramonte

Ma se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mano:

Cosa importa se sono caduto, se sono lontano.

<<L’Hotel Supramonte sono due metri e mezzo per uno mezzo quadrati, forse addirittura triangolari, in cui Dori ed io siamo stati conservati per quattro mesi in maniera decente, forse addirittura brillante, perché non abbiamo sofferto molto la fame e la sete. Abbiamo sofferto un po’ il freddo. Sono due metri e mezzo per uno e mezzo quadrati o triangolari di bosco dalle parti della Gallura occidentale>>.

La sera del 27 agosto 1979, Fabrizio De André e la moglie Dori Ghezzi furono prelevati dalla loro villa in Sardegna da un gruppo di banditi, che li tennero prigionieri per diversi mesi tra i boschi galluresi, allo scopo di ottenere un copioso riscatto dalle famiglie. Nei lunghi mesi di prigionia, a Dori e Fabrizio non rimase altro che fare affidamento l’uno sull’altra, per incoraggiarsi a vicenda a resistere. <<Stare vicini, ricercare il tepore l’un l’altro, cercare il proprio amore sempre, come rifugio nel momento drammatico>>.

Hotel Supramonte racconta, in chiave poetica, questa terribile esperienza.

Don Raffaè

mi consiglio con don Raffaè,

mi spiega che penso e bevimm’o cafè.

Il brano, scritto in collaborazione con Massimo Bubola e Mauro Pagani, è una denuncia di come la malavita organizzata riesca a sostituirsi allo Stato quando quest’ultimo latita. Nel testo vediamo infatti il brigadiere Pasquale Cafiero ridotto ad implorare favori dal boss detenuto, che continua indisturbato a dirigere i suoi traffici dal carcere.

Molti hanno visto nel brano un riferimento a Raffaele Cutolo, capo e fondatore della Nuova Camorra Organizzata. Lo stesso Cutolo si riconobbe nella canzone, che apprezzò al punto da volersi congratulare personalmente con il suo autore, inviandogli delle lettere e perfino un libro di poesie scritte da Cutolo stesso.

<<Ho ricevuto tre lettere da don Raffaè e un suo libro di poesie, tra l’altro qualcuna molto bella. Si vede che, pur avendo fatto solo la quinta elementare, è un poeta, uno che pensa e riesce a sentire>>.

Commenti