Donbass: Sara Reginella e il suo documentario Start up a war

Durante il conflitto in Ucraina, Sara Reginella intuisce la censure mediatiche, e decide di andare controcorrente con il suo documentario: "Start up a war. Psicologia di un conflitto"

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Donbass

Lavora ad Ancona come psicologa a indirizzo clinico, giuridico e come psicoterapeuta. Da alcuni anni è molto attiva anche nel settore video come regista e video-maker, approcciando il campo cinematografico e documentaristico con uno sguardo psicologico. L’interesse per il mondo video di Sara Reginella si è intensifica con lo scoppio del conflitto in Donbass. Quando di fronte alla censura da parte dei media occidentali su una guerra esplosa in seno all’Europa, sente la forte l’esigenza di attivarsi in prima persona.

Cosa ti ha spinto a parlare del Donbass?

Il motivo principale è il forte senso d’indignazione nell’osservare come le notizie fossero trattate da molti media. A una prima fase di censura sul conflitto, è seguita una fase di mistificazione dei fatti, anche al fine di fomentare in Occidente, durante il periodo del Governo Obama, un sentimento di russo-fobia.

La narrazione degli eventi sullo scoppio del conflitto in Donbass è collegata all’idea di una presunta invasione russa nei territori del sud-est ucraino. Nulla di più falso, se vi fosse stata realmente un’invasione russa, lo scontro sarebbe stato fugace. Le forze dell’esercito russo sono imparagonabili rispetto alle forze dell’esercito ucraino.

Negli anni ho spesso viaggiato nei territori della Federazione Russa, dunque, avendo diversi contatti in quelle aree. Sono rimasta scioccata da come gli eventi, all’inizio del conflitto, fossero scotomizzati dai media occidentali.

Ho quindi deciso di recarmi sul posto con la mia videocamera per tentare di capire cosa stesse realmente accadendo. Viaggiando più volte in Donbass, ho realizzato diversi progetti video.

Qual è il senso del tuo ultimo documentario?

Start up a war. Psicologia di un conflitto” è l’ultimo di una serie di lavori video che ho diretto sul tema del conflitto in Donbass. È stato preceduto da “I’m Italian” (risposta non propagandistica al video virale “I’m a Ukrainian”), da “Voci” e da “Le stagioni del Donbass”. Quest’ultimo realizzato in collaborazione con il reporter Eliseo Bertolasi, il vignettista Vauro e lo scrittore Nicolai Lilin.

In “Start up a war” mostro il mio punto di vista di psicologa, cercando di comprendere quei meccanismi che si celano dietro allo scoppio di una guerra. Utilizzo immagini e documenti inediti che mettono in luce un modello psicologico che applica ai conflitti geo-politici strumenti di lettura propri dei conflitti relazionali tra individui.

Nella prima parte del documentario mostro alcune tecniche mediatiche e di manipolazione di massa utilizzate durante la rivolta di Maidan, nella capitale ucraina di Kiev. Nella seconda parte, entro nel vivo della guerra del Donbass, attraverso la descrizione psicologica di un conflitto bellico narrato come un conflitto tra individui.

Sono integrate opinioni di professionisti della psicologia, combattenti di battaglioni, rifugiati e superstiti. Passaggi che vanno dai drammatici eventi di Kiev alla vita dei miliziani al fronte, fino alla testimonianza di chi è sopravvissuto al massacro del 2 maggio a Odessa.

Cerco di illustrare un mio modello di lettura che sia generalizzabile anche allo scoppio di altri conflitti connessi a un’ingerenza politica esterna. Offrendo al pubblico la possibilità di approcciarsi in modo più consapevole e critico alle notizie dei media mainstream. Per poi unire l’analisi geopolitica degli eventi con quella psicologico-relazionale.


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Cosa pensi di ciò che é accaduto in Ucraina nel 2014?

Nel 2014 in Ucraina c’è stato un colpo di stato veicolato da Stati Uniti ed Europa attraverso l’uso di una manovalanza neonazista. Le regioni del sud-est si sono opposte al golpe attraverso una resistenza antifascista. Da quel momento è scaturito un conflitto tutt’ora in corso, perlopiù ignorato dai media.

Il rischio del diffondersi di ideologie neofasciste è un problema concreto in tutta Europa. Si pensi alla situazione ucraina, appunto, dove gruppi di estrema destra come Pravi Sektor o il battaglione Azov sono in prima linea nella guerra contro le popolazioni del Donbass.

Si pensi anche a figure come quella di Andriy Parubiy, presidente del Parlamento ucraino dopo il golpe di Kiev. Fondatore nel 1991 della formazione ultra nazionalista SNPU – Partito Nazional Sociale Ucraino.

Il fatto che gruppi di estrema destra abbiano veicolato il golpe a Kiev e circolino tutt’ora impuniti, è un aspetto preoccupante che non può passare inosservato.

La cultura si impregna di estremismo e dilagano pericolosi fenomeni basati su xenofobia e intolleranza: tra le vittime, anche i più giovani. A tal proposito, specifico che negli ultimi anni, in paesi dell’est Europa come la Polonia, ha preso piede un fenomeno particolarmente allarmante.

Nascita di campi di addestramento realizzati dall’estrema destra e rivolti a minori, anche di sesso femminile, formati all’uso delle armi sulla base di ideologie ultra-nazionaliste. Anche in Ucraina sono nati di questi campi, esemplificativi di un fenomeno inquietante che si sta diffondendo in sordina, nel cuore dell’Europa.

Il mio ultimo cortometraggio, “Radical Camp”, tratta proprio di questo tema, E’ sviluppato come prosecuzione logica a partire dei miei lavori sul Donbass: racconto infatti di un futuro distopico in cui l’ultranazionalismo ha preso il potere.

Li dove le vittime sono quei giovani che, nella loro fragilità, vulnerabilità e ricerca di un senso da dare a un’esistenza troppo spesso dolorosa, rischiano di cedere alla fascinazione di rovinose ideologie.

Di fronte a tali pericoli, credo sia fondamentale denunciare sempre e con ogni mezzo i rischi che si corrono quando dottrine estremiste minacciano il sistema democratico di una società.

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