Apolonio, Omar Apollo | La Recensione

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Apolonio, album di Omar Apollo

L’artista dell’Indiana sa cosa fare e lo fa bene. Apolonio è dark, introspettivo e intrigante con un tocco di sensualità. Omar Apollo ha debuttato bene e ha un talento su tanti livelli.

Omar Apollo, chi è?

La storia di Omar Apollo, come dichiara lui stesso nel suo sito web, inizia “qualche breve anno fa in Indiana”, e continua attraverso la piattaforma di lancio per eccellenza degli artisti contemporanei. Anzi, Apolonio Velasco è uno dei prodotti più interessanti e talentuosi di Soundcloud, con influenze riccamente cantautoriali e spaziose facilmente intuibili dalla sua musica. Il giovane di origini messicane è cresciuto a stretto contatto con la propria cultura. Mescola le contaminazioni di Los Panchos e Pedro Infante con quelle, più mature, di Neil Young e dei Beatles. Il risultato si può sentire nel suo album di debutto Apolonio, prodotto in parte da lui stesso. E si sente, ascoltandolo: è uno di quegli album in cui l’artista principale deve mettere le mani dove possibile, perché è suo e solo suo. 

Apolonio, la recensione:

In Apolonio, Omar Apollo esprime nella sua scrittura un punto di vista squisitamente millenial, introspettivo. Lo sguardo di un giovane che siede di fronte a una finestra bagnata dalla pioggia. Così racconta i propri pensieri sul passato, il presente e il futuro. Si abbandona a un flusso di coscienza quasi tenero, soprattutto nelle canzoni più romantiche come Bi Fren. Non è una veste che indossa con piena comodità, ma non la indossa neanche così spesso, ed è una buona idea.

Perché sono le canzoni più introspettive a far brillare la classe di Apollo, la sua ricerca di identità come persona e come individuo di minoranza. Oltre che, non si scordi, squisitamente ambizioso. L’album è cantato in spanglish, spagnolo come inglese, sia da lui che da degli ospiti in altrettanto spolvero. Si segnala la splendida Kali Uchis in Hey Boy, che riprende il flow della magistrale Aqui Yo Mando con un risultato non da meno. 

Ma da un album sulla cui copertina spicca uno strumento assieme alla persona che lo ha creato ci si aspetta soprattutto un sound eccezionale. Per fortuna le mani di Apollo sulla chitarra acustica si sanno muovere. Apolonio presenta un sound ricco, di midtempo pesanti e imponenti in cui la sua voce delicata crea un contrasto delizioso. Anzi, alcuni dei momenti più alti dell’album sono puramente strumentali, come la chitarra latina che si sente in Dos Uno Nueve (219). O ancor più il sound sporco, fumoso, di Hey Boy o Useless. Qui il crooning di Apollo splende, il palco è suo e se lo divora senza mezzi termini. 

Apolonio è un album ambizioso, quasi troppo pesante per mani giovani come quelle di Apolo, che ha molto ancora da vedere e imparare. Ma il fuoco artistico è là. Ne emerge una personalità artistica sospesa a metà tra The Weeknd e Khalid, e una musica altrettanto in equilibrio. Con giusto quel tocco in più di basso che catapulta l’album nell’immediata memorabilità. Facendo di Omar Apollo una ventata d’aria fresca nella scena della musica latina, che si apprezza anche se non si ama. Difficile, però, che non accadano entrambe le cose. 

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